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giovedì 19 febbraio 2009

L'evento del Concilio o i frutti del Concilio?

Sul blog di Raffaella ho trovato questo post di Sandro Magister che vi invito caldamente a leggere. Si sta per riaprire il mai chiuso dibattito sull'ermeneutica del Concilio Vaticano II con un nuovo capitolo, grazie al libro: "Chi ha paura del Vaticano II?", a cura di Giuseppe Ruggieri e Alberto Melloni, Carocci, Roma, 2009,  152 pp., € 16,50.


Io vorrei solo far notare agli storici e teologi attempati, che si scontrano da decenni, un piccolo particolare, che forse a loro non sfugge, ma spesso sfugge a chi è più recente testimone di tanti scontri ideologici e teologici in punta di penna: 

Cari amici impegnati in prima linea nel dibattitto sull'ermeneutica del Vaticano II, in comune avete una cosa preziosa, che però vi condiziona fortemente: gli anni. Voi eravate nei vostri più splendidi e rigogliosi vent'anni al tempo della celebrazione del Concilio Vaticano II. Per voi, l'evento conciliare fu - giustamente e sicuramente - una "svolta epocale". C'è chi la visse in positivo, c'è chi la visse con ansia e paura, ma tutti i superstiti della vostra generazione che ha vissuto il prima e il dopo, non può mentire sull'impatto ricevutone o far finta che tutto sia rimasto come prima.

Ma pensate a noi, a noi "giovani" con meno di 40 anni (fa un po' ridere, ma oggi si ragiona così). I nostri genitori si stavano organizzando per le nozze ben dopo la fine dell'assise conciliare. Gli anni '70 ci hanno visto camminare a quattro zampe. Per noi l'evento del Concilio Vaticano II è storia, come lo era per i vostri padri l'evento del Concilio Vaticano I.
A noi rimangono i documenti, quelli sì!
Non ci ricordiamo "emozioni", "speranze", "futuro". A noi il Concilio parla di passato e di stabile, acquisito presente.
Ma chi volete che abbia paura del Concilio Vaticano II tra i cattolici di oggi? Non stiamo mica parlando della II Guerra Mondiale! I "giovani nostalgici" del tempo preconciliare, a rigore, non possono esistere, perchè non hanno nulla di cui avere nostalgia. Certo si possono chiedere: "Possibile che i nostri padri dicano sempre che i nonni sbagliavano tutto ed erano sempre fuori strada?".
Di un fatto storico non si può ragionevolmente aver paura, nè si dovrebbe mitizzarlo. Ma lo si può studiare con lucidità e dovuto distacco. Cosa che Alberigo, Melloni e altri illustri storici, nonostante la loro competenza e indiscussa conoscenza delle fonti, non hanno potuto (per chi se ne è già andato) e non potranno mai fare. Perchè loro erano lì, quella volta. Hanno visto nascere e crescere un Concilio, di cui noi giovincelli possiamo solo leggere le carte, e ascoltare i racconti dei vecchi, che come al solito mitizzano i loro anni migliori. 
Non è mancanza di rispetto, incomprensione, o desiderio di sminuire la "svolta epocale". E' semplicemente la realtà invevitabile: chi nasce dopo l'evento, non lo può vivere. Ma proprio per questo lo può con più equilibrio valutare. Con maggiore calma e, per quanto è  possibile, oggettività.
Chissà quali dibattiti e furiose battaglie si sono svolti prima e dopo Nicea o Calcedonia. Eppure oggi studiamo con calma questi antichi concili, con la pacifica convinzione che la divinità di Cristo e le due nature nell'unica persona siano capisaldi essenziali della fede. Ma quanta fatica e tempo sono costati, prima che si affermassero e noi ne godessimo!
Quello che possiamo chiedervi, noi che non c'eramo dal '62 al '65, è questo: carissimi, aiutateci a far memoria grata dell'evento; siate testimoni di ciò che avete veduto, ma non cercate di imporre la vostra interpretazione, necessariamente e incolpevolmente, di parte. 
Sono certo che anche Benedetto XVI, quando ripensa alle plenarie del Concilio o ad alcune sedute infuocate della commissione teologica, ancora oggi si sentirà ribollire il sangue del giovane e battagliero teologo Joseph Ratzinger. Ma oggi è papa. E deve parlare con la voce della Chiesa, una voce molto più antica e profonda di quella di qualunque singolo teologo. E' la voce collettiva dei cristiani, vecchi e giovani, che riflettono come Chiesa sul proprio cammino. Fatto di salite, di discese, di svolte e di ritorni, come è da sempre il cammino del Popolo di Dio peregrinante sulla terra. L'ultimo evento conciliare ha aggiunto un tassello a questa lunga storia, ma non è certo - e non solo per chi lo vede "da valle" - un nuovo inizio o una rivoluzione copernicana, anche se c'è chi, essendosi trovato nel guado, lo sente così.
Torniamo insieme ai documenti, alle Costituzioni soprattutto, cioè a quei testi che ripropongono la dottrina della Chiesa testimoniata dai padri conciliari. Crediamo che questi documenti siano stati assistiti e preservati da errori nella fede da parte dello Spirito Santo, come crediamo questo di ogni atto del magistero straordinario della Chiesa, per ciascuno dei concili ecumenici celebrati nel corso della storia. I dibattiti, le interpretazioni personali, pur auterevoli, di teologi e di intere "scuole", sono interessanti e doverosi. Fanno progrediere l'intelligenza del dato dottinale, ma non lo fondano nè si possono sostituire ad esso. 
Giudichiamo di persona, certamente; ma leggiamo i documenti conciliari alla luce del magistero precedente, non di quello futuro che alcuni sognano o si immaginano che avverà (o sarebbe dovuto già avvenire). Non sarebbe questa una metodologia teologica sana. Lo "spirito del Concilio", inteso come ciò che i padri "avrebbero voluto dire, ma non dissero perchè era troppo presto", non ci interessa. 
Distinguiamo dunque, ve ne prego, l'evento primaverile e pieno di fiori, ma irrimediabilmente passato, dai frutti duraturi e ben presenti. Su questi possiamo e dobbiamo confrontarci per il futuro e per l'unità della Chiesa, in modo da averne un possesso comune e condiviso. Il resto rimarrà per i singoli, contemporanei dell'evento, emozione e luminoso ricordo; per i posteri, storiografia sempre da rivedere e interpretazione mai definitivamente chiusa.

Vi ripropongo il dialogo tra un maestro e il suo allievo, tratto dal Blog di Magister:

Breve dialogo sul Concilio, tra un maestro e un allievo

di Francesco Arzillo

Il maestro (M.) è un professore di teologia sessantenne, moderatamente progressista, disposto a dialogare con tutti; si innervosisce solo con chi appare poco propenso a valorizzare appieno il Concilio della sua giovinezza, che gli ricorda, tra l'altro, i tumultuosi anni del seminario.

L'allievo (A.) è più giovane e non è un chierico; è un po' irriverente, mai però verso il magistero ecclesiale; molti lo considerano un ultraconservatore; ma anche i tradizionalisti lo criticano perché consulta – anche se con cautela – gli scritti teologici di Henri de Lubac e difende sempre Giovanni XXIII e Paolo VI.


–––––

M. – Ciao! Sempre con un libro in mano. Vediamo un po' il tuo ultimo acquisto.

A. – Eccolo: "Chi ha paura del Vaticano II?", a cura di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri.

M. – Mi sorprendi. Leggi Melloni e i teologi cattolico-progressisti da te sempre criticati. Ho capito: il titolo del libro ha fatto leva sul tuo senso di colpa e vuoi espiare.

A. – Maestro, vedo che non hai perso l'abitudine di sovrapporre la psicoanalisi alla teologia. Io sensi di colpa non ne ho, almeno su questo punto. Tu sai che ho sempre accettato con tutto il cuore il Vaticano II. Come si può parlare oggi della Chiesa senza la "Lumen gentium"? O della Rivelazione divina senza la "Dei Verbum"? O della liturgia senza la "Sacrosanctum Concilium"?

M. – Allora dov'è il problema?

A. – Il problema è in questa interminabile disputa sul Concilio, in questo intricatissimo conflitto delle interpretazioni. Certo, i saggi contenuti in questo libro sono assai raffinati, contengono spunti interessanti, si confrontano con le indicazioni di Benedetto XVI. Però…

M. – Però?

A. – Essi mi richiamano alla mente – almeno in parte – ambienti, climi e luoghi comuni di quell'area cattolico-progressista che tende a fare del Concilio un mito. Ma bada, non voglio etichettare gli autori, uso un indicatore idealtipico e orientativo.

M. – La verità è che tu dici di accettare il Concilio, ma con una riserva mentale, perché critichi chi si batte per il Concilio.

A. – Vedi che parli di una battaglia? Ecco, proprio questo è il punto, questa sovraeccitazione di alcuni durante e dopo il Concilio, questo clima di lotta continua, questa "agitation croissante aux alentours du Concile": parole non mie ma del cardinale Henri de Lubac. E poi questo modo di raccontarne la storia! La famosa "settimana nera"... Ma che significa? Qual è il valore euristico di questa espressione? Nessuno! Se leggo le memorie di un aiutante di campo di Napoleone a Waterloo posso comprendere che parli di una "giornata nera"; ma da uno storico contemporaneo mi aspetto un tono più calmo, che mi faccia capire. Ancora de Lubac, nel suo libro "Entretien autour de Vatican II" pubblicato nel 1985, parla di un "language historico-manichéen, qui sous un mode mineur s'est assez largement répandu". O non ti va più bene neppure de Lubac, del quale mi hai sempre parlato con sconfinata ammirazione?

M. – Una storiografia neutrale non esiste.

A. – Sì, però occorre almeno essere pacati. E comunque parlo di una sovraeccitazione che non è solo autobiografica e storiografica. Ma è anche filosofica, oserei dire.

M. – Cioè?

A. – Vedi, prendiamo ad esempio il problema dello "spirito" e della "lettera".

M. – Non mi tirare fuori la storia secondo cui i documenti conciliari andrebbero letti solo secondo la lettera!

A. – Perché vuoi banalizzare il discorso? È vero che la lettera va sempre tenuta in debito conto, ma non è comunque sufficiente per un'ermeneutica completa. Su questo concordano il giurista romano Celso e san Paolo. Il che mi basta.

M. – E allora?

A. – Dipende da cosa intendiamo con "spirito". Qui entra in gioco la sovraeccitazione. Prendi per esempio Hegel a Jena. Era chiaramente sovraeccitato: in Napoleone vedeva la Storia che passa a cavallo... Ricordi quel passo delle "Lezioni di Jena", che non a caso è stato anche citato dal "negativista" Kojève quale esergo della sua "Introduzione alla lettura di Hegel"? Ricordi il tono? "Signori! Ci troviamo in un'epoca importante, in un fermento in cui lo Spirito ha fatto un passo in avanti. Ha superato la sua precedente forma concreta e ne ha acquisita una nuova...". Ecco, quando io leggo certi teologi, certi storici di oggi, non posso fare a meno di pensare a quel tono lì.

M. – Tu insinui, alludi e non concludi. Non è mica questione di tono!

A. – Non sta a me dire fino a che punto si tratti soltanto di tono, o di legittima assunzione di spunti teoretici, o di cedimento alle logiche immanentistiche. Ogni autore è diverso dall'altro.

M. – Torniamo al Concilio. Tu citi il giurista romano Celso, insisti sul testo, e trascuri l'evento.

A. – Altra parola-chiave: l'evento. Hegel? Heidegger? Pareyson?

M. – Ma lascia stare i filosofi!

A. – Non lascio stare niente! Voi teologi di oggi conoscete poco la filosofia, volete fare una teo-logia senza "logos", a-filosofica o trans-filosofica. Ma spesso è solo retorica. E poi la cosa peggiore è quella di essere influenzati da Hegel senza neppure esserne consapevoli. Se Hegel fosse qui tra noi sarebbe sorpreso dal gran numero di suoi discendenti intellettuali, di figli e figliastri… E comunque non sapete neppure scrivere i manuali. È una fatica trovarne uno che non salti da San Tommaso a Rahner, omettendo tutto ciò che vi sta in mezzo! Oggi ci si può diplomare in teologia senza sapere pressoché nulla di Scoto, di Suarez, di Melchior Cano, del Caietano. Prova a chiedere a dieci neodiplomati se abbiano mai sentito parlare di Scheeben, e dimmi se ne trovi più di un paio che ti rispondano affermativamente.

M. – Ora stai esagerando.

A. – Hai ragione. Mi calmo.

M. – L'evento! Pensa alla teologia, pensa alla "Dei Verbum": Dio si rivela attraverso eventi e parole intimamente connessi tra loro...

A. – Certo che penso alla teologia! Penso che la Rivelazione divina culmina in Cristo, nel quale Dio ci ha detto tutto. Essa è compiuta, anche se non è ancora completamente esplicitata, come ricorda il Catechismo al paragrafo 66. E poi al paragrafo 83: la tradizione "viene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall'insegnamento e dall'esempio e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo". Sarebbe erroneo pensare a un evoluzionismo storicistico. Non è la realtà rivelata da Dio che si modifica o si evolve; è l'intelligenza credente che cresce approfondendosi. Se questo è vero, l'Evento unico è Cristo, non esiste un'età dello Spirito che superi quella di Cristo.

M. – Risparmiami la storia di Gioacchino da Fiore, per favore…

A. – E perché no? Se proprio vogliamo cercare un evento epocale pensiamo a san Francesco! Chi è stato più epocale di lui, per l'intero secondo millennio? Su questo potremmo essere d'accordo tutti, conservatori, progressisti, persino molti non credenti. Però l'interpretazione di chi vedeva in Francesco l'inaugurazione dell'età dello Spirito fu giustamente respinta. Francesco stesso ne sarebbe rimasto stupito, lui vedeva solo Cristo e la Trinità, in tutto.

M. – Però la storiografia francescana è complessa. Occorre tener conto della politica di san Bonaventura nel narrare la storia del fondatore…

A. – Ma quale politica! Già questo uso del termine, riferito a un ambito che un medievale non avrebbe mai qualificato come "politico", mi dà fastidio, perché è frutto di una cattiva ermeneutica. Si leggono gli eventi teologici, filosofici, giuridici di quel tempo con la lente del panpoliticismo moderno, si considera "politico" ogni ambito del reale. Bel modo di calarsi in un'altra epoca, da parte di chi parla in continuazione di storia e di storicità!

M. – Insomma, dove vuoi andare a parare?

A. – Voglio solo dire che dobbiamo smetterla con questa storia dell'evento epocale. Non esistono eventi epocali, a stretto rigore logico e teologico. Quella dell'evento epocale rischia di essere solo una retorica buona per la "mobilitazione", una forma di cripto-ideologia.

M. – Ma cosa auspichi, l'eterno ritorno dell'identico?

A. – No. Agostino ha dimostrato che la ciclicità pagana è superata per sempre. Si tratta, piuttosto, di saper vedere l'Eterno nel tempo, che interseca un punto del tempo, "quel" punto del tempo, incarnandosi.

M. – Tu torni indietro...

A. – Torno alle fonti. E alla Fonte.

M. – Ma l'Evento unico rivive oggi o no?

A. – Esso è compiuto. Il tempo è compiuto, vedi Marco 1, 15. Anche se ne attendiamo la piena manifestazione.

M. – E il Concilio Vaticano II? Ti aiuta o no nel cammino?

A. – Certo che mi aiuta! Esso però presuppone l'Evento unico e la sua definizione dogmatica irreversibilmente compiuta nei primi sette Concili ecumenici. Capisci che non posso pensare a un evento che "de-calcedonizzi" Cristo – cioè gli tolga ciò che di lui è stato definito a Calcedonia – per inculturarlo nella modernità.

M. – Ma nessuno vuole questo!

A. – Apparentemente quasi nessuno. Certo non vuole questo il Vaticano II, che non ha inteso innovare la fede, come sostengono specularmente, con opposti scopi, le versioni estreme del tradizionalismo e del progressismo. Mi chiedo però quanto arianesimo tendenziale e virtuale ci sia oggi in giro, quanto troppo ci si spinga a umanizzare Gesù. Penso per esempio ai critici della "Dominus Iesus", che nel 2000 ha dovuto richiamare l'abc della cristologia. Mi chiedo: chi ha paura dei Concili di Nicea, di Efeso, di Calcedonia?

M. – Il tuo è un suggestivo espediente retorico. Tu gerarchizzi i Concili per togliere vita in modo subdolo al Vaticano II.

A. – No. Però mi sembra che oggi siano in gioco i fondamenti della fede. Gradirei quindi che si dia evidenza adeguata anche ai convegni su Nicea e su Calcedonia, invece di lasciarli a pochi specialisti eruditi.

M. – Basta, sono stanco. Torno a casa e leggo qualcosa dal mio libro più caro, il "Giornale dell'anima" di Angelo Giuseppe Roncalli.

A. – Che coincidenza, lo sto leggendo anch'io...

2 commenti:

Anonimo ha detto...

A ed M sono, parafrasando il Serafico Francesco, "due ruote dello stesso carro". Le ruote però girano e fanno camminare il carro, ma non ne decidono la direzione. Chi traina e manovra è lo Spirito Santo. Lasciamo fare a Lui.

lycopodium ha detto...

A sostegno del post, vorrei proporre un passo di Pierre Grelot, relativo al Concilio Vaticano 1°, ma che espone un apprezzabile metodo di “distanziamento”:

“E’ importante distinguere bene il testo della costituzione Pastor aeternus dalla mentalità ultramontana che ha circondato la sua elaborazione e presieduto sovente alla sua interpretazione”.

Noi ci troviamo di fronte ad un altro Concilio, ad altre mentalità circondanti e presiedenti.
Il metodo del citato biblista ci suggerisce di guardare un testo che impegna tutta la Chiesa (quale quello conciliare) nella sua genesi e nel ruolo avutovi dai singoli elaboratori, nei loro pregi e difetti.
E’ operazione doverosa, sempre.

Va da sé che il distanziamento non vuol dire affatto “presa di distanza”, come il “dare le dimensioni” non è “ridimensionare”.
Non il Vaticano 2° è superato o superabile, ma “quelle altre mentalità, circondanti e presiedenti”: questo il senso del famoso discorso del Papa alla curia romana (2005).

Il merito della affermazione di Grelot è anche quello di ricordarci il “Dio scrive dritto su righe storte”.
In più dovremmo solo lasciare allo Spirito la libertà di soffiare dove vuole, … anche tramite il “carisma dell’Istituzione”.

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