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giovedì 23 luglio 2009

Precisazioni liturgiche della CEI...del 1983!


Come si dice nel titolo, nel lontano 1983, in occasione dell'uscita della II edizione del Messale Romano in lingua italiana, la Conferenza Episcopale pubblicò delle Precisazioni circa la normativa liturgica (reperibili nell' Enchiridion CEI, vol III, 1381-1403). Sono un commento puntuale dei numeri di Principi e Norme per l'uso del Messale Romano.
Vorrei far presente alcuni paragrafi di questo documento. Penso possano far cogliere che le indicazioni per una liturgia più corretta e aderente alla mente dei padri conciliari non sono arrivate ieri, ma sono scritte da tempo, e da altrettanto tempo ignorate o volutamente disprezzate.
Facciamo qualche esempio per la questione del canto, della partecipazione ad esso e della lingua per la liturgia... Non per fare polemica, ma per mostrare ancora che c'è proprio da rimboccarsi le maniche e smetterla con le ideologie pastorali campate su tutto tranne che i documenti della Chiesa (documenti di tutti i livelli magisteriali possibili!).


2. Canti di ingresso, di offertorio e di comunione (cfr. nn. 26, 50 e 56)

In luogo dei canti inseriti nei libri liturgici si possono usare altri canti adatti all’azione sacra, al momento e al carattere del giorno o del tempo, purché siano approvati dalla Conferenza Episcopale nazionale o regionale o dall’Ordinario del luogo.
Si esortano i musicisti e i cantori a valersi dei testi antifonali del giorno con qualche eventuale adattamento. [Interessante! I Vescovi volevano che si utilizzassero i testi delle antifone, che si trovano nel libro liturgico postconciliare dal titolo Graduale Romanum, per prepare dei nuovi canti propri per le singole celebrazioni. Antifone e versetti di salmi, nella chiesa romana, sono praticamente gli unici elementi che si dovrebbero usare per il canto della Messa. E invece si continuano ad usare, SOLO e in prima istanza, gli altri canti adatti, che dovrebbero essere un ripiego...]


12. Uso della lingua nella celebrazione dell’Eucaristia
Nelle Messe celebrate con il popolo si usa la lingua italiana. Si potranno inserire nel repertorio della Messa celebrata in italiano canti dell’ordinario ed eventualmente del proprio in lingua latina. [Dunque, come si vede, è esplicitamente previsto che, anche se la Messa è in italiano, Gloria, Sanctus, Agnus Dei si possano cantare in lingua latina. Addirittura si dice che eventualmente anche il canto del Proprio, cioè introito, offertorio e comunione, possono essere in latino: questo fa capire che la Schola può continuare a cantare i canti del proprio della Messa...eventualemente!]
Gli Ordinari del luogo, tenuto presente innanzi tutto il bene del popolo di Dio, possono stabilire che in alcune chiese fre quentate da fedeli di diverse nazionalità si possa usare o la lingua propria dei presenti, se appartenenti al medesimo gruppo linguistico, o la lingua latina avendo cura di proclamare le letture bibliche e formulare la preghiera dei fedeli nelle varie lingue dei partecipanti. [Messe internazionali, santuari frequentati da popoli diversi, incontri di internazionali di giovani ad Assisi...adesso sapete che non è vietato, anzi!, usare la lingua latina anche in Italia, proprio come ha sempre fatto il Papa in Vaticano]
In altri casi previsti in base ad una vera motivazione vagliata dall’Ordinario del luogo, si deve comunque usare l’edizione tipica del «Missale Romanum». [Quante sono le chiese, anche importanti che hanno acquistato l'edizione III del Missale Romanum? Alziamo la mano!!!]

Ogni chiesa abbia a disposizione la forma abbreviata del Messale latino: «Missale parvum». [Peccato che non lo stampino più questo pregevole e sottile messale da viaggio che Paolo VI volle perchè tutti i sacerdoti potessero avere sempre con sè per dire la Messa in latino (nella Messa senza il Popolo sarebbe ancora prescritto l'uso della lingua preconciliare...)]

13. I canti e gli strumenti musicali
Nella scelta e nell’uso di altri canti si tenga presente che essi devono essere degni della loro adozione nella liturgia, sia per la sicurezza di fede nel contenuto testuale, sia per il valore musicale ed anche per la loro opportuna collocazione nei vari momenti celebrativi secondo i tempi liturgici.

Non si introduca in modo permanente alcun testo nelle celebrazioni liturgiche senza previa approvazione della competente autorità. [Questo testo è stato scritto dell'83, quando già erano stati introdotti in modo inamovibile canzoni e ballate tuttora in cima alle hit-parade parrocchiali. I vescovi facevano forse finta di dover ripartire da capo, ma nessuno li ha ascoltati, e testi di nessun valore musicale e di pessimo contenuto dottrinale sono ancora lì.]

Ogni diocesi abbia cura di segnalare un elenco di canti da ese guire nelle celebrazioni diocesane tenendo presenti le indicazioni regionali e nazionali per la formazione di un repertorio comune. Anche per l’esecuzione dei canti si curi con attenzione l’uso dell’impianto di diffusione.
Per quanto riguarda il sostegno strumentale si usi preferibil mente l’organo a canne o con il consenso dell’Ordinario, sentita la Commissione di liturgia e musica, anche altri strumenti che siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare.

La musica registrata, sia strumentale che vocale, non può essere usata durante la celebrazione liturgica, ma solo fuori di essa per la preparazione dell’assemblea. [Una frase chiara e tonda, e invece quanti "animatori elettronici" dell'assemblea stanno spuntando in chiese e cappelline. Una delle cose più orrende ed esecrande della liturgia tecnologica, battuta solo dall'abuso di schermi in chiesa per vedere meglio il prete e dal "turibolo elettrico senza carboncini".]

Si tenga presente, come norma, che il canto liturgico è espressione della viva voce di quel determinato popolo di Dio che è raccolto in preghiera [appunto: tutti vogliono cantare tutto, ma poi si contestano le Scholae cantorum e si preferisce il geniale registratore che parte in automatico e canta tutto lui...!!].

PS. ho trovato tutto intero il documento citato anche a questo link: http://www.celebrare.it/documenti/pnmr/11_frame.htm

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Il dramma di questa "Chiesa conciliare" (espressione non mia) è propio qui: la prassi impera ed annienta l'ortoprassi.
La responsabilità è di chi non rispetta le indicazioni ma soprattutto di chi non le fa rispettare con rigore. Fino a quando le norme attuali (sicuramente troppo generiche e permissive e quindi da riverdere in senso restrittivo) non verranno rispettate e fatte rispettare si andrà di male in peggio.

Il mio parroco si è vantato con me di essere "un disubbidiente" in merito all'abito ecclesiastico. Un altro prete mio amico, sempre in merito alla talare mi ha detto che il nostro vescovo gli fa continuamente delle storie quando lo vede vestito con la sottana! Coloro che dovrebbero vigilare e sanzionare gli abusi sono coloro che questi abusi invece li fomentano.

Povera Chiesa mia, quanto sei messa male!

Anonimo diocesano

Eremitica ha detto...

Io sarò dura, ma secondo me c'e' mancanza di disciplina e correzione con la scusa di essere misericordiosi e non giudicare.

giuliov ha detto...

Nel mio piccolo ho regalato due copie della III edizione.

Sergio ha detto...

Per Eremitica: hai ragione,non c'è disciplina e non c'è correzione. E quando qualcuno fa il "ribelle", il "disubbidiente", viene ammirato per la "parrhesia". Avete notato che da quando non si usa più il latino si nobilita ogni scemenza con il greco e l'ebraico (quasi sempre con errori di pronuncia)?

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