Il canto che ci introduce nella messa serale in memoria dell'Ultima Cena riporta un versetto della lettera di San Paolo ai Galati (6,14) e recita così:
Nos autem gloriari oportet
in cruce Domini nostri Iesu Christi,
in quo est salus, vita et resurrectio nostra,
per quem salvati et liberati sumus.
«Di null’altro mai ci glorieremo
se non della croce di Gesù Cristo, nostro Signore:
egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione;
per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati».
Per approfondire, vi consiglio questo ottimo articolo che vi linko.
Il canto nell'esecuzione dei Monaci Benedettini di Silos:
Lo spartito:
Lo studio dello stesso canto messo in rete dall'infaticabile Maestro Giovanni:
1 commento:
Sinnolare consonanza con un articolo recente di Disputationes theologicae (ed. it.) dedicato alla riforma preconciliare della Settimana Santa:
("Nella tradizione ogni volta che si leggeva in questi giorni l’istituzione dell’eucaristia essa era messa in rapporto con il racconto della Passione, ad indicare quanto l’Ultima cena fosse anticipazione della morte sulla croce dell’indomani, ad indicare quanto l’ultima cena avesse una natura sacrificale.")
Al di là dello specifico tema, io ho verificato l'operazione inversa nelle formule offertoriali del Novus Ordo.
Domanda: dovendo (?) modificare i testi antichi, come si sarebbe dovuto operare per non scindere il legame tra Cena e Croce?
Posta un commento