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lunedì 2 gennaio 2012

Riti diversi nella stessa Chiesa diocesana? Non è una novità di questi anni. Anzi!

Pare che viga da parecchio (si parla di secoli) l'obbligo dei vescovi che qualcuno si ostina a supporre introdotto da Summorum Pontificum o da Universae Ecclesiae o ancora da Anglicanorum Coetibus, cioè quello di rispettare e favorire attivamente tutti i riti nell'unità della stessa fede. Da ieri è nato il secondo Ordinariato Anglicano, in America, anche questo con la sua forma liturgica da rispettare. Sono tornati all'unità nel recente passato tanti tradizionalisti, e - speriamo - il nuovo anno porterà a casa anche i più testardi: pure ad essi è e sarà consentito l'uso della propria liturgia... Voci insistenti fanno inoltre balenare che, fra non molti giorni, uscirà anche un'approvazione del rito "Romano-Neocatecumenale"!
Il Concilio Ecumenico Lateranense IV, resosi conto che in varie circoscrizioni ecclesiastiche convivevano gruppi di cattolici di diversa lingua, alcuni attaccati ai loro riti tanto da far continue polemiche e litigi con i vescovi che non volevano concedere la celebrazione secondo i loro venerandi libri liturgici, risolse - come potete leggere qui sotto - la questione: dando ragione a quei "gruppi stabili", in massima parte greci, che volevano conservare il loro rito, anche se viventi in mezzo a una maggioranza schiacciante di latini. Tutto questo avveniva nel 1215. 
Tuttavia la Chiesa - è risaputo - ci mette molto tempo a recepire e ad implementare i decreti di ogni Concilio Ecumenico. Ma Papa Benedetto continua a ricordare con i suoi documenti che - a differenza di quanto comunemente si pensa - ogni rito approvato dalla Madre Chiesa è buono quanto un altro, soprattutto per coloro che proprio vi sono spiritualmente e umanamente congiunti e strettamente legati.
Canone IX:  Riti diversi nella stessa fede 
Poiché in più parti, entro l'ambito della stessa città e diocesi sono raccolti popoli di diverse lingue, che nell'ambito dell'unica fede hanno riti e costumi diversi, comandiamo severamente che i vescovi di queste città o diocesi nominino persone adatte, che possano celebrare nei diversi riti e lingue gli uffici divini e amministrare loro i sacramenti, istruendoli con la parola e con l'esempio...
(consulta qui l'originale completo)

Semplice ed efficace. Paradossalmente oggi sono tutelate tutte le lingue di ogni popolo migrante e itinerante, stanziale o di passaggio sul territorio diocesano, e ad esse si dedicano messe domenicali e cappellanie nazionali. Però il rito latino, autoctono, non gode solitamente non dico di protezione, ma almeno di legittima libertà, e i pochi aderenti ad essi si ritrovano stranieri in patria propria... D'altra parte è anche evidente che il Concilio voleva porre un freno a chi non vedeva altro che il rito della Chiesa Romana, come se tutto quello che si discosta da esso sia da rigettare come fosse eresia: lingua, musica, tradizioni, preghiere. Anche questo è inconcepibile.

Ma se ci arrivavano quegli "oscurantisti" di Medievali nel loro buio periodo storico, come mai oggi che siamo tutti illuminati e adulti non ci arriviamo più e continuiamo a confondere unità con uniformità?

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Che significa il verbo implementare che lei ha usato? Non esiste in nessun dizionario. È forse uno dei tanti neologismi anglofili usati da chi non conosce l'italiano?

fr. A.R. ha detto...

Il mio dizionario del 1985, non nuovissimo, riporta: Implementare = rendere operante. Non è colpa di nessuno se la lingua è in continuo arricchimento ed evoluzione. E anche l'italiano recepisce nuovi vocaboli. Buona sera.
E legga quello che scrive l'accademia della Crusca, prima di sparare sentenze: http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8400&ctg_id=93

Antonino ha detto...

Non se la prenda frate, la persona che ha mandato il commento forse aveva un vocabolario del 1500. Io leggo questo " Sia implementare – con il significato di ‘rendere attivo, operante’ – che implementazione sono inseriti nel Dizionario di parole nuove 1964-1984 di Cortelazzo-Cardinale (1986), che riportano come prima attestazione lessicografica l’undicesima edizione dello ZINGARELLI, datata 1983."

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