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giovedì 10 aprile 2014

Improperia del Venerdì Santo: una melodia più semplice per eseguirli

Trisagion sul frontone della Basilica di Guadalupe
I giorni della Settimana Santa, carichi di liturgie, mettono davanti alle piccole comunità cristiane un grande dilemma: visto che alcuni dei canti propri sono troppo difficili, o non esistono in melodie per questi canti in italiano, si deve decidere se sostituirli con "altri canti" (più o meno adatti) oppure optare per leggere il testo così come si presenta sul Messale o sui foglietti.
Questo è particolarmente vero per quei canti peculiari che accompagnano il momento dell'Adorazione della Croce nella solenne azione liturgica del Venerdì Santo.
In quest'occasione, e solo in questa occasione, è previsto uno dei canti più antichi della tradizione cristiana, un canto presente in tutte le chiese di tutte le famiglie liturgiche d'Oriente e Occidente, e che - per quanto riguarda la Chiesa Romana - viene eseguito soltanto una volta l'anno in questa precisa liturgia. O meglio, dovrebbe essere cantato una volta l'anno, ma siccome è un tantino complesso e magari nessuno ci ha pensato in tempo, lo si omette, sebbene a malincuore. Sto parlando dell'antichissimo "Trisaghion", che è attestato nelle liturgie occidentali almeno dal V secolo come un canto già tradizionale. Recita così: "Dio Santo, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi" (si può ascoltare qui)
La liturgia romana del Venerdì Santo (sia nella forma straordinaria che in quella ordinaria) ha conservato questa invocazione in greco, oltre che in traduzione latina affiancata, e questo testimonia l'antichità del canto (come il Kyrie eleison o l'Alleluia, mai tradotti) e attesta la comunione tra le differenti Chiese di diversa tradizione e provenienza. In Oriente questo ritornello è molto usato in tutte le liturgie (ascoltare qui), mentre in Occidente ne è rimasto solo il vestigio liturgico menzionato.
Dal punto di vista della devozione popolare, però, il Trisaghion è tra le preghiere inserite nella "Coroncina della Divina Misericordia" e grazie alla grande diffusione di questa pia pratica relativamente recente, l'antica preghiera di invocazione è ora ampiamente tornata anche sulla labbra dei cristiani latini
Tornando al Venerdì Santo, il Trisaghion viene intercalato con la prima parte dei cosiddetti "improperia", cioè con le frasi di lamento e di richiesta di spiegazioni rivolte a nome di Gesù al suo popolo che l'ha tradito e abbandonato alla morte di Croce.
Ho trovato una forma semplificata di questo canto, che fa uso di una melodia davvero facile e orecchiabile, studiata appositamente per i cori delle piccole chiese non preparati ad affrontare i canti elaborati del Graduale Romanum (ascoltare questa versione). E' proposta dalla spagnola Fraternidad de Cristo Sacerdote y Santa María Reina, che fornisce lo spartito (da scaricare qui) e ne ha registrato un'esecuzione di prova:


Il testo della prima parte dei "Lamenti del Signore", con il Trisaghion per ritornello, è preso dal Messale Romano attuale:

LAMENTI DEL SIGNORE - I

Popolo mio che male ti ho fatto?
In che ti ho provocato? Dammi risposta.

Io ti ho guidato fuori dall'Egitto,
e tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Hágios o Theós. Sanctus Deus.
Hágios ischyrós. Sanctus fortis.
Hágios athánatos, eléison himás. Sanctus immortális, miserére nobis.

Perché ti ho guidato quarant'anni nel deserto,
ti ho sfamato con manna,
ti ho introdotto in paese fecondo,
tu hai preparato la Croce al tuo Salvatore.

Hágios o Theós...

Che altro avrei dovuto fare e non ti ho fatto?
Io ti ho piantato, mia scelta e florida vigna,
ma tu mi sei divenuta aspra e amara:
poiché mi hai spento la sete con aceto
e hai piantato una lancia nel petto del tuo Salvatore.

Hágios o Theós...

IN LATINO

Pópule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristávi te? Respónde mihi!

Quia edúxi te de terra Ægypti: parásti Crucem Salvatóri tuo.

Hágios o Theós.
Sanctus Deus.

Hágios Ischyrós.
Sanctus Fortis.

Hágios Athánatos, eléison himás.
Sanctus Immortális, miserére nobis.

Quia edúxi te per desértum quadragínta annis,
et manna cibávi te, et introdúxi te in terram satis bonam:
parásti Crucem Salvatóri tuo.

Hágios o Theós....

Quid ultra debui facere tibi, et non feci?
Ego quidem plantavi te vineam meam speciosissimam:
et tu facta es mihi nimis amara:
aceto namque sitim meam potasti:
et lancea perforasti latus Salvatoris tui.

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