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martedì 2 dicembre 2014

Il tropo Sanctissimus namque, e l'ispirazione di Gregorio Magno per il canto gregoriano

Nel basso Medioevo (XI-XII sec.), all'inizio del nuovo anno liturgico, era molto diffusa l'usanza di cantare prima dell'introito per la Domenica I d'Avvento alcuni versetti, a mo' di tropo, in onore di San Gregorio Magno, redattore "spirituale" dell'Antifonario del canto romano che porta il suo nome.
Il tropo "Sanctissimus naque Gregorius" iniziò pertanto ad essere premesso nei testi del Graduale all'Antifona "Ad te levavi", con la quale si apre l'Avvento. Anche il Graduale Romanum del 1908 rammenta ancora questo canto (vedi qui). Agobardo di Lione (+840) è invece testimone di un testo diverso, sempre in onore di San Gregorio Magno, riportato nel codice che Papa Adriano I (772-795) donò a Carlo Magno per promuovere il canto della Chiesa romana nei territori dei Franchi.
Ascoltiamo il tropo in onore dell'ispirazione di san Gregorio nell'esecuzione del coro Saint Michael dal CD Gloria Laus


Sanctíssimus namque Gregórius cum preces effúnderet ad Dóminum ut músicum donum ei désuper in carmínibus dedísset, tunc descéndit Spíritus Sanctus super eum, in spécie colúmbæ, et illustrávit cor ejus, et sic demum exórtus est cánere, ita dicéndo : Ad te levavi…

Mentre il santissimo Gregorio effondeva preghiere al Signore, perché gli inviasse dall'alto un dono musicale per comporre canti sacri, scese allora lo Spirito Santo sopra di lui, in forma di colomba, e illuminò il suo cuore in modo tale che egli si alzò a cantare, così dicendo: "A te innalzo.... (e continua l'antifona d'introito della I domenica d'Avvento)

Certo è leggendaria l'attribuzione di tutto il corpo del Canto gregoriano al solo papa Gregorio Magno. Tuttavia anche Benedetto XVI, nel suo importantissimo Motu Proprio Summorum Pontificum ricorda l'opera di ordinamento e diffusione della liturgia romana messa in atto da questo grande Dottore della Chiesa:
«Da tempo immemorabile, come anche per l’avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”
Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di san Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell’Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l’Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell’Urbe. Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di san Benedetto, dovunque unitamente all’annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: “Nulla venga preposto all’opera di Dio” (cap. 43). In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l’uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà.»

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