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martedì 26 aprile 2011

La differenza fra "reato" e "peccato" e il valore dell'intenzione di non peccare per ricevere l'assoluzione

Innanzitutto leggetevi questa storia, riportata da Orazio la Rocca su Repubblica, pregate per la protagonista e per la sua conversione, e per i frati - loro malgrado - sotto i riflettori dei media (e ad essi va tutto il mio appoggio e solidarietà fraterna).
Sembra quasi surreale dover spiegare che chi ha l'intenzione di commettere un peccato e non vuole fermamente evitarlo non può essere assolto in confessione, "semplicemente" perchè non solo non è pentito, ma rimane intenzionato a commettere un peccato. Eppure chissà quante volte un siffatto penitente avrà detto l'atto di dolore rivolto a Dio: Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni di peccato. (Ma dimentico che l'atto di dolore non è più tanto conosciuto e spesso nemmeno richiesto....). Qui pare si corra verso l'occasione di peccato, altro che fuggire!

Comunque sia l'episodio avvenuto nella Chiesa di San Francesco di Treviso e di cui parla perfino Repubblica, oltre che la stampa locale, è un sintomo della confusione morale e religiosa esistente tra gli stessi "praticanti". 
Una donna nubile confessa ad un frate che ha intenzione di sposare un divorziato. Alla domanda ovvia del frate che le chiede di rinunciare a questo proposito contro l'indissolubilità del matrimonio la signorina risponde un chiaro e secco "no". E se ne va inveendo contro la Chiesa retrograda e che "fa schifo", perchè non solo non ammette i divorziati risposati alla comunione ("cosa inconcepibile al giorno d'oggi" - afferma la signorina), ma addirittura giudica le intenzioni. E mentre ammette omicidi e mafiosi alla confessione e all'assoluzione, rifiuta già i sacramenti a chi "solo" esprime l'intenzione di sposare un divorziato.

La coscienza di questa penitente non distingue prima di tutto fra: A) peccato commesso e B) peccato che si può e si deve evitare. Secondariamente non distingue tra: A) peccatore pentito del male fatto e che non può riparare del tutto (pensiamo ad un omicida che non può risuscitare il morto, ma ha comunque bisogno del sacramento) e B) "giusto" che vuole peccare deliberatamente (e quindi, per logica, non solo non è pentito, ma vuole commettere un peccato, nonostante sappia che è peccato).
Anzi, direi di più, lo sfogo della signorina in questione mostra come non si comprenda in radice la differenza tra reato e peccato. Il reato deve ovviamente essere consumato per poter esser poi sanzionato, ma il peccato è commesso già con l'intenzione di farlo e con il non voler cambiarla. E quindi perseverando in una situazione di peccato non si può essere assolti. Nel caso in esame, tra l'altro, il confessore cercava di dissuadere la "penitente" (in-penitente) a non commettere adulterio. Ma essa perseverando nella sua decisione legava le mani al confessore, che avrebbe fatto malissimo ad agire diversamente.
Noi, poi, non sappiamo cosa abbia detto o abbia saputo in più il confessore, il quale essendo tenuto al sigillo sacramentale non ha parlato direttamente, ma attraverso il suo superiore e in linea generica, cioè su quanto già di pubblico dominio per via delle esternazioni della signorina. Ricordiamo, infatti, che un confessore non può e non deve difendersi da accuse del genere se non ricordando ciò che dice la Chiesa e senza mai scendere nei particolari del caso che non deve per nessuna ragione rivelare.
Per questo, ancora di più, approvo l'attento operato del superiore p. Marco e la discrezione dei Frati di Treviso, e mi rattristo di questa spettacolarizzazione di un singolo caso. Speriamo solo che tutto questo clamore faccia riflettere la "nubenda", la faccia desistere e tornare alla santa Madre Chiesa, che non giudica nessuno, ma non può permettere che una sua figlia cada nel peccato senza cercare in ogni modo di fermarla.

5 commenti:

Cristiano ha detto...

Situazioni come queste sono in crescita e sono generalmente dolorose. Purtroppo bisogna constatare che la società attuale non aiuta certo a vivere la propria fede cattolica; ciò che però mi rattrista particolarmente è il notare un certo sfaldamento nel gregge cattolico. San Paolo parlava di "Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti." (Ef 4,4-6) Oggi troppi cattolici vorrebbero sfaldare quell'unica fede (non parlo qui del peccato personale, ma della cosciente e pervicace volontà di non aderire alla fede della Chiesa - che non differisce certo da quella rivelata da Dio. Personalmente non mi spaventa particolarmente l'attacco esterno alla Madre Chiesa, ma la litigiosità, la crisi, la mancanza di unità interna.

Anonimo ha detto...

sintomo della confusione morale e religiosa esistente tra gli stessi "praticanti".

Caro frate lei ha ragione.
Però le dirò, lei con il suo blog ha l'opportunità di un pulpito da cui poter catechizzare masse di scristianizzati.
Io non dico di convertire il suo blog dedicandolo alla catechesi, ma almeno ne apra un altro e catechizzi.
E' un peccato non sfruttare tale occasione.

I miei saluti.

Semiur ha detto...

Concordo con il pensare che il dramma maggiore oggi riguardi la ri-conversione dei sedicenti cristiani tali solo di nome ma non di fatto!!
Daniela

Anonimo ha detto...

La chiesa non è uniforme nel dare escuzione alle sue direttive. Mi spiego meglio, non si da la comunione ad un separato, mentre si da benissimo ad una ex suora. Questa ultima non ha sciolto anch'essa un sacramento?

fr. A.R. ha detto...

Ad Anonimo delle 17:11.
NOSSIGNORE, sono due cose molto diverse. La professione religiosa NON E' un sacramento, e nonostante sia sancita da un voto perpetuo fatto a Dio, può essere data la dispensa dal Papa per una grave causa.
Comunque la comunione non si rifiuta "ai separati", ma ai divorziati RISPOSATI, cioè quelli che dopo la separazione scelgono di sostituire il loro primo legame contratto davanti a Dio e alla Chiesa, con un altro vincolo che la Chiesa non può riconoscere, credendo il primo indissolubile.

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