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sabato 21 settembre 2013

Dio dice: "Io ti perdono perché tu ti converta". Qualche appunto sul perdono e la confessione

confessionali alla GMG 2013 di Rio de Janeiro
Oggi tutti ricordano che nel giorno di san Matteo, 21 settembre di 60 anni fa, la vita di un ragazzo cambiò, a partire da una sosta al confessionale. Protagonista di quella confessione fu il giovane Jorge Mario Bergoglio e quella confessione fu l'inizio della chiamata di colui che oggi è Papa di Roma.
Proprio oggi leggo anche un articolo sull'"aria nuova" che ora tira nei confessionali; vi si discetta su cosa dev'essere e cosa non dev'essere la confessione. Con toni un po' "pontificali" si inneggia al Papa che finalmente "non giudica" (strizzando l'occhio a far intendere: mica come quelli di prima....), si sottolinea che la confessione è ora misericordia, ascolto di tutti, anche dei non credenti (!)... Certo, direte, sono cose che si scrivono sul giornale per attirare attenzione e farsi leggere... Eppure c'è del vero in tutto questo. Che la gente affolli i confessionali, dove trova un prete ad ascoltare (perché più spesso li trova vuoti....) è verità inoppugnabile. Ma che parecchi di quelli che vengono al confessionale (o spingono altri ad andarci....) cerchino il sacramento della riconciliazione con Dio, questo - dalla mia esperienza - spesso non è vero. E parlo come prete che nel confessionale ci resta seduto svariate ore di fila.
Mi spiego. Come ben fanno emergere i sacerdoti intervistati nell'articolo linkato, oggi il sacramento della riconciliazione viene percepito sovente come un "dialogo", come un modo per "star bene", recuperare "la propria serenità interiore", "sentirsi in pace con se stessi". Riconciliarsi con sè e con la propria vita: e Dio "deve" essere utile a questo. Se si cerca tutto ciò dalla confessione, è logico che il prete deve giocare la parte della spalla su cui piangere o il sostegno che toglie sensi di colpa, dicendo: "ma no, non ti preoccupare, tu sei buono, va tutto bene...". Ma il confessionale, che non è una sala delle torture, non è nemmeno la lavanderia (dice il papa) o il salone di bellezza, dove si mascherano le rughe o si coprono con il cerone della misericordia le macchie della pelle intrisa di peccati. 
Non sentirsi condannati per il peccato, ma anzi perdonati, non significa - nel linguaggio cristiano - che con la confessione tutto torna "magicamente" a posto. Dio non dice "beh facciamo finta che non sia successo niente!". Questo non sarebbe perdono, ma ipocrisia. Dio condanna il peccato mentre salva il peccatore. Mettiamocelo bene in testa: nessun Papa va frainteso su questo punto fondamentale. Il male va rimosso, mentre la persona va accolta. 
Se è vero, come dice il teologo intervistato: Basta con il ricatto (“io ti perdono se tu ti converti”), non possiamo tuttavia sostenere che dentro le persone ci sia solo "la bellezza di Dio". Altrimenti non servirebbe un sacramento per la remissione dei peccati, da non confondersi con una seduta psicologica! La confessione rimane un sacramento della fede, non una tecnica di aiuto per sentirsi "tirare su". Sant'Antonio di Padova - che a me piace chiamare Dottore del Confessionale - in linea con Papa Francesco spiega che siccome il mio peccato è una malattia, devo andare dal medico delle anime perché mi aiuti a liberarmene. Il peccato è la bruttura dell'anima che il Signore vuole eliminare, in modo da far tornare a risplendere la bellezza della sua immagine in me (dalla dissomiglianza alla somiglianza, dice Antonio).
Noi cattolici non ci sentiamo a nostro agio col motto luterano "simul iustus et peccator", quando si intenda che l'uomo rimane nei propri peccati anche dopo il perdono di Dio, e sarebbe solo lo sguardo di Dio a cambiare e a vederlo "bello e giusto" per mezzo di un perdono "imputato". Se si lascia la metafora giudiziale e si ragiona invece secondo la metafora della salute, come ci indica Papa Francesco, diventa ovvio che non si può essere contemporaneamente "sani e malati": si può essere tuttavia "convalescenti", malati in via di guarigione, cioè - appunto - "penitenti". Comunque "non fermi", ma in cammino verso il completo risanamento.
Per questo Dio non dice: "io ti perdono se tu ti converti", ma afferma piuttosto "io ti perdono PERCHE' tu ti converta", ovvero "ti do il perdono, medicina dell'anima, perché in forza di esso tu cambi vita, esca dal peccato, viva respirando la grazia che ti è stata data". Come dire: ti curo, perché tu stia bene ed esca dalla tua malattia. Gesù dice all'adultera: "Neanche io ti condanno, va e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,11).
Nessuno può convertirsi senza grazia (cioè senza la misericordia di Dio), ma nessuno può pretendere di rimanere quello che è nonostante la grazia. Il "mettersi in cammino" che il Papa tante volte propone è proprio questo esodo, biblicamente inteso, dal peccato alla santità. Non inganniamo le persone: questo cammino rimane faticoso, doloroso, richiede tagli e sacrifici, forse è anche pieno di ricadute. Ma ridona la salute a chi lo compie e non se ne sta fermo aspettando la fine.
Allora, per favore, non lasciamoci trasportare da trovate giornalistiche che scovano ogni giorno opposizioni al recente passato, aperture, cambiamenti, svolte, come se solo da domani i sacerdoti in confessionale debbano iniziare a distribuire la misericordia di Dio, perché fino ad oggi hanno solo amministrato il suo tremendo giudizio con castighi inumani! 
Il Papa ha ribadito che la Chiesa è un ospedale da campo dopo la battaglia. Andiamo fino in fondo a questa metafora: nell'ospedale da campo si tratta di salvare vite umane, tamponando emorragie, ricucendo ferite laceranti, ma anche amputando membra in cancrena e a volte, riconoscendo la propria impotenza, accompagnando le persone cercando solo di alleviarne i dolori. Questo fa il sacerdote-chirurgo ogni volta che siede al suo posto, nel pronto soccorso della misericordia. La "penitenza", parola dimenticata e non alla moda, è una tappa necessaria al sacramento. Essa consiste nella riparazione, nella doverosa riabilitazione di colui che uscito dal pericolo di "morte spirituale", ma ora ha davanti un lungo cammino per poter riprendere in pieno le sue funzioni. I sacerdoti che fanno finta di essere misericordiosi e non danno la penitenza, perché è fuori moda, sono come medici che curano il cancro con l'aspirina invece che con la chemioterapia, e dicono al malato "non ti preoccupare, tutto va bene"! 
Certo che è desiderio e diritto del "paziente" trovare un medico comprensivo e accogliente, ma è dovere del dottore non essere "medico pietoso" quello che il proverbio dice "fa la piaga verminosa",Il bravo confessore, pur dotato di tanta umanità e necessaria accoglienza, dovrà dire la verità, anche quando fa male, e chiamare i peccati con il loro nome: carità non fa rima con dissimulazione.
Francesco, il santo di Assisi, abbracciò il lebbroso, ma non si limitò a dare un abbraccio per far sentire il lebbroso "accettato" o "a posto" lasciandolo così com'era. Francesco si mise a servirli, i lebbrosi, a lavarne le piaghe e, anche se non poteva umanamente sanarli, andò a vivere con loro per farli uscire dall'isolamento. Se dal prete in confessionale cerco "l'assoluzione facile", quella "da lavanderia automatica a gettone", che deve essere quasi "un 6 politico", allora sbaglio indirizzo. La clinica delle anime è sempre aperta, ma qui non si pratica "chirurgia estetica" spirituale: si punta alla riabilitazione delle gambe spirituali di chi era paralizzato dal peccato e incapace di muoversi verso il Regno di Dio. Guai al prete se perde la pazienza (anche se tante volte è umanamente difficile mantenerla). Il ministro di Dio deve accompagnare il passo zoppicante di chi ricomincia a camminare, ma sempre e comunque ha l'incarico di parlare a nome di Gesù, non a nome proprio: senza rigorismo ma pure senza lassismo, come dice Papa Francesco (nell'intervista a Spadaro):
Il confessore corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate.
A proposito: l'ambulatorio-confessionale accanto al mio è vuoto. Se qualche giovane desidera un lavoro che è una missione per salvare la vita (eterna) delle persone, gli ricordo che i seminari hanno posto (non sono sovraffollati come le facoltà di medicina....).

1 commento:

Anonimo ha detto...

Anche da una parrocchia di campagna non si può che condividere la sua bella e profonda analisi sul come e sul perchè generalmente ci si accosti alla confessione, non so se San Tommaso ci insegnerebbe che anche questa è contrizione imperfetta che la grazia del Sacramento trasforma in vero pentimento... Mi piacerebbe condividere con Lei un altro pensiero per andare a fondo nella bella immagine della Chiesa come ospedale da campo in mezzo alla battaglia (che ho trovato davvero chiarificatrice di alcune mie riflessioni disordinate): si suturano ferite pericolose, si tamponano emorragie pericolose ma si muore anche di trigliceridi o di zuccheri fuori posto... cosa fare allora?
Ringraziandola sinceramente del suo bel blog, don Gabriele

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