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domenica 15 giugno 2008

Il card. Hoyos si lancia in anticipazioni sulla messa antica...


Il Card. Castrillon Hoyos, presidente della pontificia commissione Ecclesia Dei, [il cui compito è oggi anche sorvegliare sull'applicazione del motu proprio Summorum Pontificum], in occasione della sua visita alla cattedrale londinese di Westminster, dove ha celebrato un pontificale nel rito antico, ha rilasciato alla stampa numerose dichiarazioni (leggi qui) che sinceramente colpiscono anche me.
Un cardinale in visita ufficiale non si "lascia andare" facilmente con la stampa, e se non fossero cose di cui è ben sicuro, probabilmente non le avrebbe dette.
Dunque cosa dice il cardinale?

1) Che Papa Benedetto desidera che il rito detto "tridentino", detto anche di "san Pio V", la "forma straordinaria del rito romano", abbia come denominazione ufficiale "RITO GREGORIANO".

2) Il Papa sa che molti fedeli non conoscono questa forma del rito romano e per questo non possono apprezzarla, nè richiederla. Perciò desidera che sia largamento offerto, virtualmente dappertutto, almeno in certe occasioni, per permettere a tutti i fedeli di pregare con questo rito.

3) Per far questo è necessario istruire i preti e soprattutto i seminaristi. A questo proposito si fa capire che sta uscendo qualche direttiva più cogente per l'istruzione liturgica dei seminaristi e candidati al presbiterato. Anche loro, soprattutto, devono essere introdotti al rito gregoriano per poterlo celebrare.

4) Dalle parole del cardinale, sembra rinforzata l'idea che il papa desideri che le due forme del rito romano, con le loro diverse caratteristiche positive (e i loro antitetici difetti, perchè nulla è perfetto!) possano coesistere e anzi "impollinarsi a vicenda". Sosteneva questo il buon Ratzinger, già alla fine degli anni '70. Non credo abbia cambiato idea. Anzi adesso sta attuando i piani per tanti anni meditati, studiati, e organizzati. E penso che il suo obiettivo, allora come oggi, sia un rito futuro, unificato, che innesti il meglio della riforma sul vecchio ma solido tronco della liturgia Romana classica (cosa di cui è ben convinto padre Z. nel suo famoso blog).

Mi pare che questa auspicata convivenza e conoscenza delle ricchezze liturgiche (e teologiche) del passato come utile contrappeso per riequilibrare il presente, sia nella linea di quanto chiedeva il Concilio Vaticano II nella costituzione sulla Liturgia:
37. La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie razze e dei vari popoli. Tutto ciò poi che nel costume dei popoli non è indissolubilmente legato a superstizioni o ad errori, essa lo considera con benevolenza e, se possibile, lo conserva inalterato, e a volte lo ammette perfino nella liturgia, purché possa armonizzarsi con il vero e autentico spirito liturgico.
38. Salva la sostanziale unità del rito romano, anche nella revisione dei libri liturgici si lasci posto alle legittime diversità e ai legittimi adattamenti ai vari gruppi etnici, regioni, popoli, soprattutto nelle missioni; e sarà bene tener opportunamente presente questo principio nella struttura dei riti e nell'ordinamento delle rubriche.

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