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giovedì 2 dicembre 2010

Meditazione sulla triste vicenda del giovane diacono che voleva esser sacerdote "ad ogni costo"

Sono rimasto molto, molto, molto colpito dalla tragedia del diacono ventinovenne di Orvieto che in preda all'angoscia si è tolto la vita perchè - a quanto risulta - la Santa Sede avrebbe rimandato la sua ordinazione sacerdotale, che lui aveva già fissato per il 7 dicembre.
Innanzitutto bisogna pregare e affidare lui e i suoi cari all'infinita misericordia di Dio. Ma c'è anche da riflettere e meditare su questa sconvolgente notizia. Desidero farlo, con circospezione e senza offendere nessuno, ma non si può far finta di niente.
La vicenda ha infatti dei contorni alquanto strani e oserei dire incomprensibili: 1) Come mai la Santa Sede (chi poi? La congregazione per il Clero? Si è parlato della Nunziatura...chissà...) dovrebbe intervenire, in maniera alquanto irrituale, nelle competenze del solo Vescovo diocesano? Probabilmente - se l'ha fatto - c'era qualcosa di molto importante ed estremamente urgente che era stato trascurato (o non conosciuto) da altri. Personalmente non ho mai sentito di un caso simile.
Il Codice di Diritto Canonico norma in modo preciso, con i seguenti canoni l'ammissione all'ordine sacro:
Can. 1029 - Siano promossi agli ordini soltanto quelli che, per prudente giudizio del Vescovo proprio o del Superiore maggiore competente, tenuto conto di tutte le circostanze, hanno fede integra, sono mossi da retta intenzione, posseggono la scienza debita, godono buona stima, sono di integri costumi e di provate virtù e sono dotati di tutte quelle altre qualità fisiche e psichiche congruenti con l'ordine che deve essere ricevuto.
Can. 1030 - Soltanto per una causa canonica, anche occulta, il Vescovo proprio o il Superiore maggiore competente possono interdire l'accesso al presbiterato ai diaconi ad esso destinati, loro sudditi, salvo il ricorso a norma di diritto.
Can. 1031 - §1. Il presbiterato sia conferito solo a quelli che hanno compiuto i 25 anni di età e posseggono una sufficiente maturità, osservato inoltre l'intervallo di almeno sei mesi tra il diaconato e il presbiterato; coloro che sono destinati al presbiterato, vengano ammessi all'ordine del diaconato soltanto dopo aver compiuto i 23 anni di età.
2) Come mai il Vescovo afferma che per lui non c'erano problemi a procedere all'ordinazione (e l'anno scorso aveva ordinato diacono il giovane candidato), se già era uscito da due seminari (Molfetta e Fermo, e anche nella diocesi in cui è approdato aveva avuto non pochi problemi)? Capiamo la mancanza cronica di sacerdoti, ma questo non può giustificare il sottovalutare le difficoltà psicologiche (non solo di altro genere) dei candidati. Come mai questo stesso vescovo, non ha sostenuto subito un ricorso alla Congregazione competente. Se davvero, come qualcuno vocifera, era solo un sopruso da parte di qualche monsignorotto, un ricorso canonico avrebbe sciolto come neve al sole ogni resistenza. Tempo ce n'era. Dobbiamo pensare che le cause del rinvio non dovessero essere così leggere.
3) Alla luce del gesto inconsulto e assolutamente non giustificabile del candidato al presbiterato, che si è tolto la vita perchè gli è stato negato - per il momento - l'accesso al sacerdozio, si deve affermare, pur a malincuore, che chi ha fermato l'ordinazione ha fatto la cosa giusta. Il sacerdozio non è un'aspirazione personale. Non può mai essere il "desiderio di una vita". Non ha senso. Solo Dio è l'assoluto, la mancata ordinazione (come l'essere lasciati dalla persona della propria vita, la morte di un caro o altro) non sono per il cristiano un "male assoluto". Neanche il peccato, che è male, è "male assoluto". La vocazione, per di più, è una realtà ecclesiale, non un sentimento soggettivo o un sogno da realizzare "a tutti i costi". Se la Chiesa non ritiene maturo un candidato, non può far altro che frenare. E chi non riesce ad accettare di obbedire alla Chiesa, come può chiedere di esserne ministro?
La Parola di Dio nella prima lettera di san Paolo a Timoteo, a proposito del conferimento del presbiterato, richiama alla cautela ogni vescovo: "Ti scongiuro davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti, di osservare queste norme con imparzialità e di non far mai nulla per favoritismo. Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno" (1Tm 5,21-22).
4) Certo, ci vogliono delle motivazioni quantomai gravi per posticipare (o impedire del tutto) ad un diacono avviato al sacerdozio di raggiungere l'ordinazione. Ma è evidente che questa prova - per quanto dura- se è vissuta con spirito di obbedienza alla Madre Chiesa che cerca il bene dei suoi figli, non può portare al gesto di togliersi la vita. Non vogliamo pensare a chissà quali peccati o altre nefandezze, che siamo certi non avrebbero potuto non essere note al Vescovo che viveva a stretto contatto con il suo diacono. Ma il gesto in sè è certo indice di squilibrio emotivo e forse anche psicologico, e in tal senso è emerso da una personalità con chiare controindicazioni alla paternità spirituale in mezzo al popolo di Dio.
5) L'itineranza di questo giovane in cerca di ordinazione presbiterale lontano dalla sua diocesi, e di diocesi in diocesi, non è nemmeno questa una realtà molto chiara e normale.
Chi è troppo preso dal "proprio" progetto, dal "mio" cammino, dal "mio" obiettivo, dalla "mia" parrocchia... dal "mio" Dio, rischia di non essere consapevole che il sacerdozio è tutto il contrario. Inizia con il portare la croce con Cristo, l'essere caricati di essa, per poter certo immolarsi con lui: Sacerdos tuae Victimae, victima tui sacerdotii. Ma chi è davvero orientato a Cristo e al servizio del suo popolo, trema al solo pensiero dell'assumere il ministero sacerdotale, e una volta assunto se ne sentirà ogni giorno indegno. Prolungare, anche per qualche anno o indefinitamente, il ministero diaconale, come poteva ferire a morte l'orgoglio di questo giovane?
Pensiamo ai grandi padri dell'antichità: quasi tutti hanno cercato di evitare in ogni modo l'ordinazione presbiterale e peggio ancora quella episcopale: Basilio Magno, Giovanni Crisostomo, Ambrogio, Agostino. Di  quest'ultimo si racconta che venne ordinato sacerdote a Ippona su richiesta del popolo, quasi contro la sua volontà: Agostino non pensava di diventare sacerdote e, per paura dell'episcopato, evitava anche di passare per le città nelle quali era necessaria l'elezione del vescovo. Ma un giorno, essendo stato chiamato ad Ippona da un amico, stava pregando in una chiesa quando un gruppo di persone improvvisamente lo circondarono, lo consolarono ed implorarono Valerio, il vescovo, di elevarlo al sacerdozio; nonostante i suoi timori, Agostino fu ordinato nel 391.


Preghiamo infine il Signore per l'anima del fratello diacono, che in un momento di disperazione, ha posto termine alla sua giovane vita. Questo gesto possa richiamare alle proprie responsabilità i formatori dei seminari, i pastori e gli stessi prelati della Santa Sede, e sia di monito e insegnamento perchè ci si renda sempre conto che non si può ordinare qualcuno "purchè sia celibe" e - d'altra parte - perchè nessuno debba mai pensare di aver "diritto", nonostante tutto e tutti, all'accesso al sacerdozio o a qualunque ministero nella Chiesa. Prima bisogna venire incontro alle fragilità e alle difficoltà di una persona e - se è il caso - farla desistere per tempo dal proseguire. Nel caso presente pare che i formatori avessero fatto la loro parte. Speriamo che il vescovo diocesano non debba aver nulla da rimproverarsi in questo momento di enorme dolore: "Ti scongiuro davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti....Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno".

Il video dell'ordinazione diaconale del giovane, messo in rete dai suoi amici.
Un testo scritto dal diacono: perchè non l'ha riletto e non ha seguito i propri consigli?

8 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciò che mi lascia vivamente perplesso nella vicenda non è tanto che la Santa Sede abbia deciso di interdire a questo giovane, per il quale dovremmo nutrire sentimenti di rispetto e di pietà, l'accesso al presbiterato, ma che ciò sia avvenuto con una motivazione apparente (non è maturo), senza avergli contestato fatti specifici ( il diacono continuava a ripetere, invano, " ditemi cosa ho fatto "), senza garantirgli una adeguata difesa e disattendendo persino il parere del vescovo diocesano.
Sono tutte palesi violazioni dei principi fondamentali del diritto canonico e se si considera che molti provvedimenti delle congregazioni romane, se sottoposti alla approvazione, spesso soltanto formale,del Sommo Pontefice, divengono inappellabili ( non so se questo si sia verificato nella fattispecie) vi è il rischio (divenuto purtroppo realtà)che la vita di una persona possa essere travolta, senza alcuna possibilità di tutela giuridica, da un provvedimento amministrativo, emesso a seguito di una procedura abbastanza irrituale.
Si possono adottare decisioni sfavorevoli ad una persona, se ne sussistono i presupposti, ma ciò deve avvenire garantendo, in ogni caso,i più elementari diritti umani.

Anonimo ha detto...

"Si deve affermare, pur a malincuore, che chi ha fermato l'ordinazione ha fatto la cosa giusta" e "ma il suo gesto è certo indice di squilibrio emotivo e forse anche psicologico, e in tal senso è emerso da una personalità con chiare controindicazioni alla paternità spirituale in mezzo al popolo di Dio" mi sembrano frasi quanto mai azzardate e sinceramente anche di cattivo gusto. Seguo sempre con interesse questo blog e su molti articoli concordo in pieno ma questa è veramente una caduta di stile. Ha ragione ad affermare che solo Dio è l'assoluto, che la Sacra Ordinazione non è un diritto, ma avrei preferito non si dessero giudizi su una persona che, ormai, non può difendersi: qualcuno saggio scriveva "non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà".
Poi avrei apprezzato che, invece di giustificare "Madre Chiesa che cerca il bene dei suoi figli", si fosse stati abbastanza critici anche verso quei suoi membri che svolgono il servizio dell'autorità, come in altri casi questo blog dimostra di essere. Sicuramente bloccare un'ordinazione ad una settimana non è sinonimo di misericordia, tatto, cura verso i figli. Lei non penso stia in un seminario, non sa cosa significa aver a che fare con superiori che, a volte, pensano di poter fare il bello ed il cattivo tempo sulle vocazioni degli alunni solo perchè non sono come vorrebbero, o non si rende conto di come alcuni uomini di Chiesa desiderino, contrariamente a quanto detto da Nostro Signore, "sradicare la zizzania", perdendo così anche il grano buono solo per una sorta di sete giustizialista... questa è logica mondana alla quale la Sposa di Cristo non dovrebbe cedere.

fr. A.R. ha detto...

Come dicevo nel post, non intendevo e non potrei nemmeno giudicare le intenzioni delle persone coinvolte (e volutamente non ho indicato nessun nome, in modo che il post non venga segnalato nei motori di ricerca in riferimento alle persone in questione); ma la situazione ha bisogno di essere guardata in faccia, letta a posteriori - per quanto possa esser stata malamente gestita - e non può, oggettivamente, giustificare gesti estremi come quello messo in atto. Mai, tanto meno da parte di un candidato al ministero sacerdotale. La comprensione per le instabilità e i cedimenti psichici è una cosa, ma non deve essere addebitata a chi - probabilmente conoscendo ciò che noi non conosciamo - ha deciso di far attendere il candidato. Chi poteva ragionevolmente aspettarsi una reazione del genere? Senza la quale - tra l'altro - nulla sapremmo di questo doloroso avvenimento.
Non si tratta di logica mondana, mi dispiace. In questi mesi abbiamo visto, giustamente, vescovi e prelati messi alla gogna per aver ordinato preti men che degni, o affetti da patologie, o semplicemente inadeguati al ministero, chiudendo tutti e due gli occhi al momento dell'ordinazione, perchè "ce n'è bisogno e non ho altri". Salvo poi rammaricarsi delle conseguenze. Sarebbe troppo comodo oggi scagliarsi solo contro chi ha preso una dura decisione, quando fino a ieri si invocava - nelle parrocchie e sui giornali - ferrea selezione nel vaglio della maturità e adeguatezza dei candidati.
Il problema di questo caso, effettivamente, non è l'ordinazione sacerdotale fermata in modo così brusco e destabilizzante, ma chi non è stato fermo ben prima con il giovane nell'aiutarlo a riconoscere di non avere i requisiti per il sacerdozio, e l'ha mandato avanti fino alla vigilia. Si badi bene che mi riferisco ai requisiti umani, non a quelli soprannaturali, cioè i requisiti che si possono ragionevolmente valutare alla luce di dati. La grazia, certo perfeziona ed eleva la natura, ma non si sostituisce ad essa. Questo caso doloroso ed eclatante deve farci riflettere, perchè la crisi del numero di vocazioni non porti a trascurare il vero bene delle persone e dei futuri sacerdoti.

Peter Moscatelli ha detto...

Grazie, un giudizio equilibrato e corretto; se non erro, la vocazione non è un fatto soggettivo che parte dal desiderio del singolo, ma da Dio che chiama - vocat - tramite la Chiesa.

Simone ha detto...

L'argomentazione che Lei porta a "difesa" della Chiesa mi sembra deboluccia. Se è vero che, come Lei sostiene, la colpa è stata di chi non ha vigilato, mi vinene da chiederLe se Le pare logico pensare che chi ha bloccato tutto abbia preso le carte in mano solo una settimana prima dell'ordinazione del giovane. Non crede forse che, se faccia pensare l'irritualità dell'intervento della Congregazione verso il giovane, altrettanto irrituale sia la tempistica d'azione? Anche perchè deve considerare che, mi pare di aver letto, già l'ordinazione diaconale era stata "ostacolata" quindi già da tempo il giovane candidato era "attenzionato"... eppure sembra che fino ad una settimana dall'ordinazione... tutti dormissero.
Quindi l'azione, quand'anche sia giustificata, porta con sè molta cattiveria e perfidia.
Non si capisce poi perchè, laddove un candidato risultasse inidoneo le motivazione debbano essere taciute. Padre Lombardi si è rifiutato di dare ulteriori dettagli dicendo che non c'è necessità di commentare sul perchè non viene dato un Sacramento. La cosa, mi permetta, è scandalosa. Se una persona sbaglia e non può accostarsi a questo o a quel sacramento... per quale motivo tacerlo? Violazione della privacy? Ma se lo stesso seminarista chieva che la sua privacy fosse violata? Se lui stesso non conosceva le motivazioni di simile decisione...

Certo l'ordinazione sacerdotale non è un diritto, ma allo stesso tempo non è neppure un diritto bloccarla a prescindere senza portare motivazioni definite e chiare.

Riguardo al fatto che una simile azione giustifichi la sua indegnità al sacerdozio... anche qui mi sembra un'argomentazione estremamente azzardata: azzardata perchè quando una persona sta per raggiungere la vetta della montagna e si vede di colpo scaraventare a valle difficilmente si può pretendere che abbia una reazione pacata: il suo gesto è stato esagerato... ma di certo non imprevedibile. Lo stesso Gesù ebbe a dire: lo spirito è pronto ma la carne è debole... Gli stessi apostoli davanti alle guardie che arrestavano Gesù scapparono... agiscono senza ragionare, presi dalla paura: l'emotività cede il passo alla ragione e questo tuttavia non toglie nulla alla loro qualità di apostoli, di pastori e Simon Pietro ne è l'esempio lampante.
La ho apprezzata in tanti articoli e mi spiace che abbia assunto, in questo caso, una posizione che mi azzardo a dire sia faziosa e poco obiettiva.

fr. A.R. ha detto...

Sapevo che questo post trattava una questione molto delicata, per la tragedia del giovane coinvolto. Il mio desiderio, lungi dall'essere fazioso, era di mettere in evidenza alcuni dati oggettivi e alcune richieste generali, invocate in tanti altri casi, quando non si sente, opprimente, il senso di colpa per una vita che si è spezzata. Per questo continuo a ripetere che la Chiesa ha ogni diritto di ordinare, non ordinare, rimandare l'ordinazione. La Santa Sede non è fatta di un manipolo di manigoldi che tormentano giovani desiderosi di servire Dio. Il ritardo può essere sconveniente, o forse dettato invece dalla valutazione fino all'ultimo momento di una dolorosa decisione. La stretta sul discernimento per le ordinazioni, voluta dal Papa in persona, è frutto anche delle pressioni che nei mesi recenti hanno preteso dalla Chiesa più attenzione prima di rendere qualcuno suo ministro. Infatti l'ordine sacro non è un sacramento come gli altri. Non serve alla persona che lo riceve, ma piuttosto a quanti riceveranno la persona che viene ordinata (è ordinata al servizio di Dio e dei fratelli).
Il tacere a terzi le motivazioni mi pare poi quanto mai sensato: perchè bisognerebbe dare in pasto alla stampa e all'opinione pubblica le difficoltà di chi non c'è più? Per giustificarsi? Meglio portare la croce in silenzio che mettere in piazza quanto ormai non può aiutare nessuno. Spero invece che la vicenda sia chiarita con i familiari e con il Vescovo: loro sì hanno diritto a spiegazioni, per la pace dei primi e per un esame delle eventuali proprie responsabilità o errori del secondo.
Ripeto però che non è affatto comprensibile nella visione cristiana - ma solo in un'ottica puramente umana e psicologica - che ci si senta "persi" perchè non si può arrivare "dove si voleva arrivare", cioè al sacerdozio. Chi ha deciso fermamente di seguire Gesù, non sa per quale via passerà la sequela (ma come dice il salmo, spesso è quella della "valle oscura"). Certo il caso di un diacono è particolare. Infatti l'ammissione al presbiterato, in tale frangente, è di solito automatica (di diritto e di fatto). Può suscitare ansia il fatto di dover rimandare per causa di forza maggiore (di questo si trattava rimandare, non impedire per sempre). Pur toccato dalla tragedia personale, continuo a dire solo che la reazione esagerata non è addossabile a chi ha fermato il candidato, ma alle condizioni interiori del candidato e alla reazione imprevedibile di lui (inaspettata anche per il Vescovo, per sua stessa ammissione).
E' successo quello che capita in situazioni altrettanto tragiche che cerco di esemplificare: un giovane bocciato alla maturità si toglie la vita; un altro, lasciato dalla ragazza, in un momento di disperazione, la fa finita. Non posso e non ho la competenza di investigare cosa succede interiormente, ma certo non si può in quei casi dire: "è colpa degli esaminatori se è morto", o: "è colpa della ragazza insensibile che l'ha lasciato". Nessuno può aspettarsi una reazione del genere.
Per quanto riguarda infine l'esempio degli apostoli, penso che Simone non avrebbe dovuto citarli in questo contesto: purtroppo il Nuovo Testamento parla di un solo apostolo che, non sopportando la situazione drammatica dell'arresto e condanna di Gesù, che aveva contribuito a creare, prende una decisione non reversibile di morte autoinflitta, per la paura di non poter più essere accettato da Dio e dai fratelli. Ma come ognuno vede, non è proprio il caso di evocare certi paragoni.

Anonimo ha detto...

Bene,come ha detto se una fidanzata oramai prossimo il matrimonio rompe il fidanzamento, senza alcuna motivazione,non è responsabile di un malessere procurato, e d'altronde la legge tutela anche da danni un rapporto simile, se dunque il mondo civile prevede ciò , la Chiesa Mater perchè no?
Ma non c'è bisogno che il Vangelo dica tutto, quando il buon senso, il rispetto, la consapevolezza della dignità della persona già lo suggeriscono. NOn sono d'accordo e nulla mi può convincere che il comportamento tenuto sia stato corretto.

Anonimo ha detto...

Un poco difficile commentare senza sapere esattamente le motivazioni di questo "rinvio"...comunque visto che non possiamo fare altro, ricordiamo che il giudizio spetta poi a Dio e, se qualcuno a cuor più o meno leggero, ha preso decisioni tanto importanti da incidere nella vita di una persona in tale modo, non dovrà rendere conto solo a se stesso.

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