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venerdì 17 giugno 2011

L'Osservatore Romano invita a non litigare sulla musica sacra: e infatti, pare che il consenso ci sia. Manca solo il buonsenso: mettere in pratica!

Vi riporto due articoli usciti ieri su Repubblica a proposito della scarsa qualità musicale e ancor più testuale dei canti di Chiesa in Italia (trovate tutto a questa pagina del Blog di Raffaella). Sia il pezzo di Smargiassi (a parte il tono appunto un po' smargiasso...), sia la più pacata, ma non meno caustica, intervista di La Rocca, non fanno altro che portar vasi a Samo: lo scoop dell'acqua calda. Ma finalmente anche fuori dei circuiti di sacrestia si dice: "l'acqua è calda!", ovvero il livello delle canzoncine "da messa" (e non solo la musica, lo ribadisco, ma ancor più i testi, per non parlare della media delle esecuzioni) è clamorosamente basso. E non è mai stato così in basso, almeno negli ultimi 1500 anni di musica cristiana. Prima, non si sa.
Quello che stupisce, tuttavia, non è quanto riportato da Repubblica, ma la reazione indispettita dell'Osservatore Romano, a firma di Marcello Filotei, che propone un pezzo incredibile, evidentemente comandato dall'alto, da qualcuno che deve far gettare acqua sul fuoco o mettere una foglia di fico a nudità conclamate. Evidentemente Filotei non è molto convinto della sua filippica, e inciampo parecchio nelle sue argomentazioni. Lo commentiamo sotto. Intanto leggetevi i pezzi che scatenano la reazione:


La Chiesa e la musica di Dio “Mai più Sanremo a messa”
di Michele Smargiassi in “la Repubblica” del 16 giugno 2011

È ora di mettere al bando le «armi di distruzione di messa». Nella Chiesa italiana, spesso divisa, c’è un argomento che mette d’accordo tutti, un po’ più scandalizzati i tradizionalisti, un po’ più ironici i progressisti: le canzoncine devote che si ascoltano ogni domenica in tutte le parrocchie della penisola tra l’introibo e il missa est sono quasi sempre desolanti, banali, lagnose o bizzarre, talora ridicole e a volte perfino sbadatamente eretiche. Tanto che nessuno giurerebbe che lo strepitoso rap che la regista Alice Rohrwacher, appena acclamata a Cannes, fa cantare ai catecumeni nel suo film Corpo celeste («Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta / mi sintonizzo proprio io / e lo faccio apposta») sia del tutto inventato, e non magari ascoltato veramente in qualche oratorio di periferia. Non si può dire che gli allarmi non siano risuonati, è il caso di dire, molto in alto. Già venticinque anni fa l’allora cardinale Ratzinger fu spietato con la playlist degli altari: «Una Chiesa che si riduca a fare solo della musica “corrente” cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta». Oggi, da pontefice amante della musica, insiste sul concetto in un libro, Lodate Dio con arte, applaudito dal maestro Riccardo Muti, anche lui esasperato da «quelle quattro strimpellate di chitarre su testi inutili e insulsi che si ascoltano nelle chiese, un vero insulto». La questione sta diventando spinosa, anzi esplosiva, perché da anni è sullo stile delle celebrazioni che si gioca l’aspra contesa tra conciliaristi e restauratori, con i secondi al facile attacco di quella «eresia dell’informe», come la definisce lo scrittore tedesco Martin Mosebach, che corrode la liturgia a colpi di «canti sguaiati». «A che serve avere belle chiese se la musica è penosa?», insorse dieci anni fa l’allora presidente del Pontificio istituto di musica sacra, il catalano Valentino Miserachs Grau.

La Chiesa francese ha risolto la questione da tempo, con piglio gallicano, stilando una lista rigorosa e vincolante di canti ammessi, una sorta di canatur, versione canora dell’imprimatur. Invece in Italia, sede del cattolicesimo ma anche patria del bel canto, l’anarchia del parrocchia’n'roll sembra ingovernabile. Ogni diocesi dovrebbe possedere un Ufficio di musica sacra tenuto a vigilare sulla serietà del sacro pop, ma di fatto quel che finisce per risuonare tra banchi e navate è quasi sempre frutto della creatività improvvisata di qualche catechista munito di iPod, o di certi sacerdoti chitarristi. La scena, un po’ dovunque, dev’essere quella frettolosa e distratta descritta dal bolognese don Riccardo Pane nel suo sconsolato pamphlet Liturgia creativa: «Prima della messa mi piomba immancabilmente in sacrestia qualcuno a chiedere: “Don, che cosa cantiamo?”, e il mio ritornello è inesorabilmente “vatti a leggere le antifone e vedi se trovi un canto che ci azzecca”».

Il risultato è nelle orecchie di tutti. Reperibile a vagonate anche sui canali di YouTube, pure in versioni medley e remix. Motivetti che non ci azzeccano proprio, incongruità (Signore scende la sera cantato alla messa delle 11 di mattina), cascami di musica di consumo, simil-Ramazzotti e para-Baglioni, esotismi world music con bonghi e maracas (come il cantatissimo Osanna-eh «africano») che sconcertano le vecchiette, azzardi stilistici estremi (c’è un Gloria hip-hop), perfino cover da grandi successi (allucinata la parafrasi del Pater sull’aria di The Sound of Silence di Simon & Garfunkel: «Padre Nostro tu che staiiii / in chi ama veritàaaa…»). La ribellione è nell’aria, un gruppo Facebook frequentato da sacerdoti ha stilato perfino la classifica dei canti più disastrosi: ha vinto con 374 nomination l’Alleluja delle lampadine, ribattezzato così perché di solito è accompagnato da gesti delle mani che sembrano mimare il lavoro di un elettricista. L’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra ha spuntato personalmente a matita rossa dai libretti parrocchiali i canti «che non devono più esserci», come Alleluja la nostra festa, visto che, semmai, la messa è la festa del Signore. Da più parti s’invocano il ripristino d’autorità del Gregoriano e la disciplina monostrumentale dell’organo a canne, o almeno dell’armonium.

Sotto queste pressioni, un paio d’anni fa la Conferenza episcopale chiese al suo consulente don Antonio Parisi, esperto di musica sacra e compositore, di mettere ordine nello sconcertantefrastuono. Povero don Antonio, si trovò di fronte un oceano di quindicimila canti, canzoni e canzoncine estratti da quarantacinque anni di raccolte nazionali e locali. E c’era di tutto. Delle musiche abbiamo detto, ma i testi, i testi ancora peggio. Pieni di parole tronche, da poesiola delle elementari («Il nostro mal / sappi perdonar…»), banali, inappropriate, di orrori grammaticali («Te nel centro del mio cuor»), di espressioni rubate a qualche spot televisivo di banche («Tutto ruota intorno a Te»), quando non sono zeppi di ingenuità (definire Maria «l’irraggiungibile» non è incoraggiante per la partecipazione al rosario) e di veri e propri strafalcioni teologici, commessi sicuramente in buona fede, magari per far quadrare un verso: cantare «Tu che sei nell’universo» solo perché «nell’alto dei Cieli» non ci stava, più che riecheggiare una canzone di Mia Martini significa circoscrivere Dio dentro la sua Creazione, e non va proprio bene.

Un compito immane, defatigante, sconsolante, da cui don Parisi riuscì meritoriamente a far scaturire un Repertorio nazionale di canti per la liturgia che ne seleziona 384 decenti e adeguati, ma che ancora non fa testo: «Non si può procedere per imposizioni», spiega, «bisogna formare, formare persone nelle diocesi, nelle parrocchie, far studiare musica ai presbiteri, agli animatori, ai catechisti, il canto liturgico non è un optional, è un segno sacro».

Giusto non voler guastare l’entusiasmo degli animatori parrocchiali, volonterosi e incolpevoli. Ma il punto è questo, che i canti durante la messa non sono un “accompagnamento”, non sono gli “stacchetti” fra un responsorio e una lettura: fanno parte della liturgia, sono cosa sacra come le parole dell’Elevazione. Come è possibile che la stessa Chiesa che ripristina la messa in latino chiuda un occhio di fronte alla colonna sonora da X-Factor di quella in italiano? I conservatori hanno una spiegazione storica: la profanazione canora cominciò con «la deflagrazione nucleare» chiamata “Messa Beat”. Chi la ricorda? Anno 1965, Concilio appena terminato, fibrillazione del rinnovamento, il maestro Marcello Giombini accantonò le colonne sonore degli spaghetti-western e, ispirato, scrisse una messa musicale «per i giovani». Davvero una bomba atomica. Trasmissioni Rai, concerti, tournée internazionali, benedizione del gesuita padre Arrupe, 45 giri pubblicati dall’etichetta discografica delle Edizioni Paoline. Il torrente non si fermò più, proliferarono i «complessi» da scantinato di canonica, alcune band divennero famose, Angel and the Brains, The Bumpers, per non dire delle due formazioni parallele dei Focolarini, Gen Verde e Gen Rosso, le cui audiocassette infestano ancora gli oratori. Ma fu così che la Chiesa non perse l’onda del Sessantotto. E non fu affatto una sciagura, assicura monsignor Vincenzo De Gregorio, responsabile per la liturgia musicale della Cei: «Prima le messe erano o tutte recitate o tutte cantate, ma cantate solo dal coro, solo da ascoltare. La Messa Beat fu una sana apertura, ed era di qualità, il guaio come sempre sono gli epigoni. Anzi, il guaio è la cultura musicale inesistente degli italiani. In questo Paese ormai si canta solo a messa».

I tradizionalisti sbagliano. Dare la colpa al Concilio è troppo facile, anche la Chiesa guardinga dell’Ottocento ebbe parecchi problemi con le hit parade da altar maggiore. Sentite come nel 1884 la Sacra congregazione dei riti elencò con disgusto quel che rimbombava tra le navate: «Polcke, valzer, mazurche, minuetti, rondò, scottisch, varsoviennes, quadriglie, galop, controdanze, e pezzi profani come inni nazionali, canzoni popolari, erotiche o buffe, romanze…». Il difetto della Chiesa post-conciliare semmai fu trovarsi musicalmente impreparata alla sua stessa rivoluzione liturgica. Con l’abbandono del latino, la Cei predispose il nuovo messale in italiano, ma trascurò il rinnovamento del repertorio canoro. A disposizione c’erano solo un po’ di litanie antiquate, Mira il tuo popolo, T’adoriam ostia divina. «Ai parroci non restò che prendere le canzonette del gruppo rock che faceva le prove in oratorio, o quelle dell’ultimo campeggio scout, e portarle sull’altare», sospira monsignor De Gregorio. Risultato: un’infantilizzazione drastica dei contenuti, degli stili, dei testi.

Eppure ci sono, nel grande mondo ecclesiale, talenti da utilizzare, compositori di qualità. Don Parisi li cita con rispetto: don Marco Frisina, compositore apprezzato anche negli Usa, don Pierangelo Sequeri, autore del diffusissimo Symbolum 77, il gesuita Eugenio Costa, il camilliano Giovanni Maria Rossi, il salesiano Domenico Machetta… «Vedo il bicchiere mezzo pieno: sono passati solo cinquant’anni dalla riforma conciliare, è presto per tirare delle conclusioni». La Cei sta pensando di commissionare a loro un nuovo repertorio, finalmente di qualità. Nell’attesa, quando rintocca la campana della messa, viene ancora il sospetto che le parrocchie d’Italia, come patrono della musica, non invochino santa Cecilia, ma Sanremo.


Monsignor Pablo Colino dirige il Coro della Filarmonica Romana
intervista a Pablo Colino, a cura di Orazio La Rocca
in “la Repubblica” del 16 giugno 2011

«Drammatica, disperata, insignificante». Non usa mezzi termini il maestro don Pablo Colino, nel descrivere lo stato di salute della musica eseguita oggi nelle chiese. Anche se poi tiene a precisare che «c'è ancora la possibilità di capovolgere questa pericolosa tendenza al ribasso, potenziando lo studio della musica sacra e dei canti liturgici, a partire dal gregoriano». Monsignor Colino è universalmente noto come musicista e direttore d'orchestra. Dopo anni di servizio in Vaticano, ora dirige il Coro della Filarmonica Romana. Un'autorità, dunque, in materia di musica religiosa, da anni impegnato a «ripulirla» dalle scorie che, a suo parere, l'hanno compromessa. «È papa Benedetto XVI il primo a chiedercelo e a credere in questo impegno», dice. «Tante volte il pontefice mi ha incoraggiato ad andare avanti, perché la musica sacra è un patrimonio universale, radicato nella più genuina tradizione liturgica».

Maestro Colino, perché la musica sacra e liturgica è in crisi?
«Tutto è precipitato dopo il Concilio Vaticano II, con quella superficiale ondata di pseudorinnovamento che ha fatto tanti danni in quasi tutte le nostre chiese. Basta assistere a una qualsiasi celebrazione liturgica, per sentire orride schitarrate, pianole assordanti e cori superficiali. Il tutto diretto da maestri poco preparati. Anche se non mancano incoraggianti eccezioni che, se coltivate, potrebbero far ben sperare per il futuro».

Potrebbe fare qualche esempio?
«Recentemente, a Terni si è svolto un interessante convegno sulla musica sacra, e, per l'occasione, si sono esibite molte corali giovanili e tanti gruppi di artisti specializzati in musiche liturgiche. È stato bello e interessante sentirli. E anche incoraggiante».

Ma c'è una «ricetta» per rilanciare la musica sacra?
«Occorre tornare allo studio serio, rigoroso e appassionato nelle scholae cantorum, nei conservatori e, magari, nelle scuole. La musica sacra è patrimonio universale, una forma d'arte tra le più alte e immortali. E l'Italia ne è piena, avendo dato i natali ai più grandi autori di musiche liturgiche».

E quali dovrebbero essere i programmi in queste scuole?
«È di fondamentale importanza tornare a diffondere la conoscenza diretta del gregoriano e, parallelamente, affinare la preparazione di musicisti, direttori d'orchestra e di corali. Non si va da nessuna parte senza rigore didattico e senza la conoscenza del gregoriano, la madre della musica sacra, ma oserei dire di tutta la musica, anche di quella contemporanea».


E veniamo, finalmente al pezzo-forte dell'Osservatore di oggi, che cerchiamo di smontare e commentare in parentesi rossa, (cercando di frenare l'impeto....)

Se la musica liturgica diventa un pretesto per litigare
di Marcello Filotei

È paradossale che proprio la liturgia, luogo principe dell'armonia e dell'incontro, sia a volte concepito come una sorta di campo di battaglia da quanti -- ognuno con le proprie rispettabili ragioni -- vorrebbero rivedere le modalità di utilizzo della musica e del canto durante le celebrazioni. [tutto l'editoriale di Filotei cerca di far passare questo assunto: ognuno ha le sue buone ragioni sulla musica liturgica, ma sono opinioni, non si deve litigare su questo argomento. Ma come? Il Concilio non dice proprio niente sul rinnovamento della musica sacra?? Altro che rispettabili ragioni! Si è fatto il contrario di quanto ordinato dai Padri, dalla Tradizione, e dall'arte poetica e musicale, e adesso proprio l'Osservatore invita al relativismo?]
L'argomento è di particolare interesse, tanto che il quotidiano «la Repubblica» gli dedica tre pagine nel numero del 16 giugno, rilevando incongruenze nei testi di alcuni canti moderni e lamentando un basso livello nella qualità dei canti liturgici in genere.
È indubbio che in molti casi il tasso «artistico» dei brani musicali proposti nelle chiese è discutibile, [discutibile... come dire: sì, le canzoncine non si possono sentire, ma io non lo posso dire, lasciato un relativista e opinabile discutibile] ma appare semplicistico -- se non strumentale -- contrapporre questa produzione al corpus gregoriano [non è semplicistico, è solo semplice, è il Concilio Vaticano II che chiede che il gregoriano sia punto di riferimento, modello della produzione sacra, non per ripetere, ma certo per rimanere nella continuità]. L'enorme patrimonio che giunge dai secoli passati, infatti, ispira e si affianca alle nuove proposte. La questione, semmai, è come garantire che i canti di oggi siano di livello artistico degno del ruolo che devono sostenere nella liturgia, un ruolo che non è solo decorativo. [Bella questione: in oltre 40 anni forse nessuno se l'era mai posta? Anche qui Sacrosanctum Concilium e prima ancora Musicam Sacram e perfino Giovanni Paolo II con il suo famoso Chirografo, avevano dato autorevoli risposte, ma l'autore non le conosce? O piuttosto si fa domande retoriche per glissare sulle chiarissime direttive magisteriali tuttora in vigore e orrendamente disattese?]
Cantare il gregoriano non è vietato ed è anzi auspicabile e possibile, anche in forma semplice [grazie della graziosa concessione, peccato che in molte parrocchie ci sia l'ostracismo, più del clero che dal popolo...]. Ma chi si lamenta perché le antiche melodie non sono abbastanza valorizzate, non fa che certificare un problema culturale: nella liturgia spesso, purtroppo, il livello della musica è paragonabile a quello, molto basso, dei brani trasmessi in radio e in televisione, almeno in Italia, come rileva tra l'altro sul giornale romano il consulente per la musica liturgica della Confrenza episcopale italiana, monsignor Vincenzo De Gregorio. [Se invece di repertori nazionali con i canti degli amici compositori, ci si fosse impegnati ad adattare il Graduale Simplex all'italiano, o farne uno proprio per l'italiano, non sarebbe stato meglio. E non era forse richiesto dal Concilio Vaticano II?????]
La qualità dei canti che si ascoltano in chiesa è, in genere, lo specchio di una situazione di degrado culturale più ampio. [che furbata: "non è colpa nostra, è colpa del mondo!". E vuoi vedere che il degrado culturale non c'era ai tempi dei barbari che infestavano l'Europa, mentre i padri latini cantavano i primi canti Gregoriani?]
Tale argomento non può però essere utilizzato per sostenere che tutto quello che è venuto dopo il concilio Vaticano II sia da rigettare in blocco. [Ecco la paura nascosta nell'articolista e che deve in ogni modo esorcizzare! Nessuno rigetta in blocco, ma non si può non essere seri, e far finta di dire che ciò che si sente in chiesa assomigli a quanto il Concilio aveva auspicato. Bisognerebbe essere sordi e ciechi per dire questo.]
Spazio, dunque, a tutte le opinioni  [vedete? "Opinioni". Ma quali opinioni? Qui si parla di testi che non sono biblici e devono essere tali, forme musicali che non sono adatte al canto assembleare perchè sincopate, strumenti che vanno bene ad un concerto rock, non sull'altare e così via. Altro che "spazio a tutte le opinioni", qui ci sono fatti innegabili e che ormai mostrano tutta la loro decrepita insostenibilità], ma non alle strumentalizzazioni di quanti, da una parte e dall'altra, brandiscono come clave le proprie visioni della musica liturgica. [e con questa affermazione l'autore del pezzo si avvia al licenziamento, perché si dà il caso che uno di "quelli faziosi" e "che brandiscono la clava" della musica sacra, si chiami Joseph Ratzinger ed è il suo editore e Papa, e non ha mai fatto mistero, in numerosi scritti, delle sue posizioni in questo campo.] Forse non è ancora chiaro il percorso per arrivare alla composizione di inni moderni, rispettosi della tradizione e di alto livello artistico e che convivano con la giusta valorizzazione del gregoriano. [A quasi cinquant'anni dal Concilio è alquanto avvilente una frase del genere, che dà dello stupido a tutti i compositori. Si sa invece che è stata la mancata vigilanza dei pastori ad aver ridotto la musica liturgica come è adesso. Non diamo la colpa ai compositori, se chi doveva commissionare la musica e pagare gli artisti ha smesso di farlo da cinquant'anni, preferendo il comodo laicato giovanile, non pagato e volenteroso, ma certo non all'altezza del compito che fu di Palestrina, Mozart e Bach, i quali - oltre ad essere compositori - erano anche esecutori e direttori della propria musica in chiesa]. Per il momento però si può evitare di negare dignità artistica a chi sostiene tesi diverse dalle proprie. Almeno per riguardo alla liturgia. ["per riguardo alla liturgia"? Ma è proprio per riguardo alla liturgia che devono essere messe alla berlina non le "tesi diverse", ma le "tesi illegittime", spacciate per rinnovamento conciliare, e non lo sono!]

(©L'Osservatore Romano 17 giugno 2011)

Rileggiamo, caro Filotei, cosa dice il Concilio Vaticano II a proposito delle nuove composizioni di musica sacra. Come vede non è che non si sanno le cose, è che non si vuole proprio applicarle. E' diverso, purtroppo.
Missione dei compositori
SC 121: I musicisti animati da spirito cristiano [non dice "spirito contemporaneo.."] comprendano di essere chiamati [una vocazione per una missione] a coltivare la musica sacra e ad accrescere il suo patrimonio [non dilapidare il patrimonio precedente, ma aggiungere qualche altra perla a ciò che c'è già]. Compongano melodie che abbiano le caratteristiche della vera musica sacra [si distingue ora tra testi e melodie - non ritmi, non arrangiamenti, sono importanti le melodie]; che possano essere cantate non solo dalle maggiori «scholae cantorum», ma che convengano anche alle «scholae» minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l'assemblea dei fedeli. I testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche.[In tutta la storia della Chiesa i canti sono considerati testi liturgici, non testi di privati poeti, o ispirati cantautori. Basta con il fai da te, torniamo a musicare - come già qualcuno fa - i testi biblici e liturgici. Stop alle poesiole personali e melense nella messa. IL CONCILIO LO VUOLE.]

11 commenti:

caorleduomo ha detto...

Grazie di questo prezioso contributo.
Mi piacerebbe riprendere l'articolo di Filotei con i vostri commenti e citarlo nel mio blog; posso farlo?

Anonimo ha detto...

un prezioso contributo ad una riflessione seria sull'argomento lo si può trovare su LODATE DIO CON ARTE di Joseph ratzinger Benedetto XVI edito da MARCIANUM PRESS

Anonimo ha detto...

Bellissimo commento. Grazie!
Roberto

Renzo T. ha detto...

Egregio Filotei, mi sembra che l'articolo di Repubblica non faccia altro che reiterare i dubbi e le considerazioni fatte a suo tempo dal Cardinale Ratzinger nel suo libro: "Lo spirito della liturgia". Mi pare di capire che, secondo lei, se la denuncia del degrado liturgico viene evidenziata da "Repubblica" allora è "strumentale" e si fa della liturgia "una sorta di campo di battaglia" . Se lo dice il papa allora non si ha il coraggio di rispondergli e, in perfetto stile curiale, si ignorano i suoi pronunciamenti.

Alex ha detto...

Il commento a Filotei è eccessivamente polemico.
Il problema è veramente la scarsa cultura musicale in genere. Negli ultimi decenni - assieme a valanghe di porcherie - sono stati pubblicati moltissimipezzi di alto valore testuale e musicale. Chi non li (ri)conosce denota la stessa ignoranza degli "schitarratori". Ah... quando parlano i soloni (Muti, Ughi...) perché nessuno chiede loro in quale parrocchia fanno servizio alla domenica?

Anonimo ha detto...

Mi sembra condivisibile quanto detto dal commentatore di questo sito...e discutibile quanto Filotei (...nome che inavvertitamente più che richiamare un "amore" dell'autore "verso Dio" richiama i più biechi "Filistei") e Alex affermano... per quanto mi riguarda con quattro diplomi conseguiti nei conservatori di Stato e attività concertistica, svolgo servizio liturgico regolare, ed ho anche compilato un "Graduale Semplice" in Italiano, regolarmente approvato dall'Ufficio liturgico diocesano ma di cui poi è stata rimandata la pubblicazione a data da destinare, anche per problemi di ordine giuridico.
Per quanto riguarda il discorso di Alex circa l'altissimo valore testuale e musicale di quanto pubblicato nel post Concilio, avrei i miei dubbi...
(...Continua...)

Anonimo ha detto...

(Continua...)Qualche testo di intensa profondità religiosa è stato scritto da qualche figura rilevante ma spesso questi testi sembrano un corpo estraneo rispetto al compatto Corpus di testi che la Chiesa ha raccolto - ...e incrementato! - in maniera coerente nel corso dei secoli per i singoli momenti liturgici... per quanto riguarda laqualità musicale, poi, le poche figure realmente interessanti della scena musicale contemporanea non hanno lasciato opere realmente fruibili nei momenti celebrativi... In tutta sincerità bisogna riconoscere che ormai si è creata una scissione, una divisione dia-bolica nella concezione della liturgia. Da una parte c'è la concezione che la chiesa ha sempre custodito e tramandato della liturgia in quanto tesoro e dono ricevuto da Dio ( "Fate questo in memoria di me!"), per compiere il legittimo culto (...è Lui che mette sulla nostra bocca un canto nuovo!!!) e dall'altro una concezione "autoreferenziale" della liturgia intesa come il luogo di espressione di assemblee (appunto!) "autoreferenziali", costituite non in risposta alla Vocazione della Divina Parola nel Santo Evangelo della Risurrezione (accettando il quale, nel Santo Battesimo, gli individui "muoiono a sè stessi" e al peccato che li connotava per diventare creature nuove in Cristo) bensì costituite come organismi mondani che si autocelebrano esprimendo i propri "interessi" ...dunque frustrazioni, meschinità, invidie, velleità artistiche improbabili, immaturità emotive, disastri psicologici e chi più ne ha più ne metta... se a tutto questo aggiungiamo l'ignoranza crassa circa le cose "sacre e profane", il quadro è completo...

Anonimo ha detto...

(continua...)
Purtroppo la inesistente consapevolezza della propria pochezza dinanzi alla grandezza di Dio e del Suo dono (la salvezza in Gesù Cristo che porta a compimento il dono primigenio della Creazione e tutto quanto di Buono vi è in esso...arte compresa che nel tempo "nuovo" del Cristianesimo diviene espressione di un Umano capace di trascendere il proprio limite proprio perché ispirato dalla Presenza Divina, davanti alla quale sono "bellezza e maestà")diviene terreno in cui proliferano "lotte maligne e liti" figlie di una durezza di cuore che nella Divina Economia ha sempre rappresentato la resistenza ( Dia-bolica) dell'umano davanti alla potenza dell'Opera di Dio...
Se le Conferenze Episcopali permettono tutto questo, vuol dire che siamo messi male sul versante della Profezia... Profezia che questo Papa ha dimostrato di sapere e volere ascoltare... e soprattutto vivere... ci si aspetta da lui, adesso,un'azione pastorale concreta per mezzo della quale questa profezia possa manifestare frutti di grazia... comunque il Papa ha ricordato che una cosa è il Concilio ed il suo fondamento teologico ed ecclesiologico(sui concili ...e nei concili!...sono state scritte pagine e pagine di profonda ricchezza teologica e spirituale), altra cosa è una conferenza episcopale...semplice struttura organizzativa territoriale di un episcopato nazionale... Non dimentichiamolo...una cosa è la Curia (struttura organizzativa che esprime la volontà pastorale, operativa, del vescovo legittimo) una cosa è il Papa... o il vescovo locale... una cosa la Conferenza episcopale (ed i suoi numerosi uffici) altra un Concilio Ecumenico o locale che sia...
Affidiamoci a Lui... non negli uomini, nei quali non si trova salvezza... :)

Anonimo ha detto...

Sono totalmente d'accordo con alcuni richiami (soppressione delle canzonette, attenzione alla coerenza e alla concordanza con la liturgia, soppressione delle lampadine e del "Padre nostro tu che sei" che fa rivoltare tanto il Padre celeste quanto Simon & Garfunkel…). Ma sono anche in profondo disaccordo sia su altri contenuti che trovo un po' estremisti, sia con il tono polemico, presuntuoso, saccente e pregiudiziale con cui sono esposti.
Alcune precisazioni: "TE al centro del mio cuore" è corretto e non uno strafalcione, come invece suggerisce una lettura superficiale e poco attenta al contesto della frase: Nel testo si dice correttamente ("al centro del mio cuore ci sei solo TU") ma il titolo "TE al centro del mio cuore" non si rifà all'erroneo TE spesso usato al posto del TU (e deprecabilissimo): ritengo sottintenda il concetto TROVO TE (e non trovo TU!) al centro del mio cuore. Quanto al "Tutto ruota attorno a Te", semmai si dovrebbe dire che è lo spot a mutuare il testo del canto, giacchè la pubblicazione di quest'ultimo è di almeno 10 anni anteriore all'uscita del citato spot!
(SEGUE)

Anonimo ha detto...

(SEGUE:)
Vorrei anche sottolineare la faciloneria con cui le due formazioni Gen sono accostate a nomi di ben più basso profilo artistico e teologico (di alcuni ignoravo addirittura l'esistenza...). Ricordo che proprio Gen Rosso e Gen Verde hanno composto ottime MESSE PER CORO, con testi della liturgia (talvolta in latino). Spesso riprendendo, proprio come auspicato, salmi e scritture ("Dall'aurora io cerco Te, fino al tramonto ti chiamo, ha sete solo di Te l'anima mia come terra deserta"... "Ora lascia o Signore, che io vada in pace, perchè ho visto le tue meraviglie"... "Del tuo spirito, Signore, è piena la terra. Benedici il Signore, Anima mia. Signore Dio, tu sei grande. Sono immense e splendenti tutte le tue opere..." ... "solo Tu sei il mio Pastore. Nulla mai mi mancherà..." non mi sembrano testi inventati dai Gen... Ma forse sono sconosciuti all'autore). Purtroppo nemmeno loro sono immuni da sviste (il Credo della messa Verbum Panis, ad esempio, ha la grave lacuna di omettere una parte significativa del testo, risultando improponibile appunto come Credo). La qualità musicale mi pare mediamente elevata (semmai sono spesso terribili le interpretazioni). Quanto ai testi non direttamente presi dalla liturgia, (salvo qualche eccezione: "i grattacieli, le astronavi...") tutto si può dirne meno che siano banali!
Arrivare a dire che questi due gruppi INFESTINO gli oratori mi sembra per lo meno frutto di un parlare vuoto e privo di reale senso critico. Purtroppo ci sono soggetti fossilizzati su "Nella casa del Padre": raccolta che invero non capisco con quale criterio venga stilata, se non quello di un tradizionalismo sterile e melenso (Si parlava di qualità dei testi? "Dalle capanne povere/dove si piange e implora/da questa valle placida/campi che il sole indora" a me fa letteralmente cadere le calze!). Strano come, pur trovandovi anche canti molto belli, altri altrettanto o più validi e teologicamente ineccepibili ne siano esclusi! Certo, occorre considerarne la doppia vocazione musicale: da un lato hanno prodotto ottime Messe, dall'altro sono anche esponenti di spicco di pop-rock cristiano di ottima qualità ma non destinato alla liturgia. Sta all'intelligenza degli animatori musicali e delle schole non confondere i due repertori!
Preciso: non ho particolari legami nè con i due gruppi nè con il movimento dei Focolari, anche se non nascondo di esserne simpatizzante, e di apprezzare molto (ed usare) molti loro canti liturgici.
Pur con questo pregiudizio positivo ritengo di valutarli in maniera critica. Stimo anche enormemente la produzione di mons. Frisina, che mi fa piacere veder qui positivamente citata. (Ovviamente, per elementare concordanza stilistica non accosterei i due repertori in una stessa celebrazione, salvo poche eccezioni).
La mia non vuole essere una "difesa a spada tratta", nè un attacco diretto all'autore. Semmai ha la presunzione di essere una correzione ad ALCUNI contenuti che non mi paiono frutto di un'analisi oggettiva
Federico

tavernolaincanto ha detto...

Per porre un freno all’anarchia musicale, molti invocano il ripristino esclusivo del Gregoriano e l’imposizione dell’organo a canne come unico strumento per le funzioni. E’ chiaro che anche questa visione non è auspicabile, poichè escluderebbe dalla liturgia una grande quantità di composizioni che appartengono degnamente alla musica sacra.

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