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martedì 30 marzo 2010

La risurrezione di Cristo e la nostra risurrezione nel pensiero del Santo di Padova

Un breve articolo sulla teologia antoniana: la dinamica della rinascita morale e spirituale del singolo cristiano è per sant'Antonio tutta radicata nell'evento pasquale di morte e risurrezione di Gesù Cristo. I motivi teologici della confessione pasquale stanno nel legame inscindibile tra redenzione soggettiva e redenzione oggettiva da cui la prima dipende.

La risurrezione di Cristo e la nostra risurrezione nel pensiero del Santo di Padova
di padre A.R.

La vita di Gesù, secondo sant’Antonio, è simboleggiata tutta quanta dallo scorrere di un anno: l’anno di Grazia del Signore predetto dal profeta Isaia (61,1-2). Ma stranamente, la risurrezione di Cristo viene rassomigliata dal Santo Dottore alla stagione autunnale, e non alla primavera, come ci potremmo aspettare. Nell’inverno è simboleggiata la nascita di Gesù, che viene nel silenzio di tutte le cose, e insieme la rigida persecuzione di Erode, la quale come una gelata ha distrutto i piccoli che germogliavano senza poter uccidere, però, l’autore della vita. La primavera è per il Santo la stagione della predicazione di Cristo, della sua attività a favore degli uomini. In quella primavera è fiorito il ministero pubblico di Gesù, annunciatore della promessa di vita eterna. Alla primavera segue l’estate, con il suo calore e ardore. Antonio vi vede il tempo della Passione del Signore, in cui l’amore ardente del Figlio di Dio ha voluto rimanere confitto in Croce per distruggere il potere del peccato e di Satana. C’è infine l’autunno della Risurrezione: il tempo del raccolto. Il grano ormai mietuto viene vagliato, separato dalla pula, cioè dalla paglia della sofferenza corporale che è soffiata via dal vento di Dio, lo Spirito Santo. La polvere della mortalità viene eliminata, e il corpo di Cristo, omai immortale, è riposto dal Padre nell’eterno granaio del Cielo (l’Ascensione di Gesù).
Nel compiersi di questo ciclo, Antonio vede dunque il buon seminatore raccogliere il centuplo, perché dopo la risurrezione gli Apostoli, illuminati dallo Spirito, portarono il lieto messaggio di Cristo a tutte le creature, diffondendo la fede nel Signore risorto in ogni angolo del mondo.

Nella visione spirituale di sant’Antonio non si può mai disgiungere il gaudio della Risurrezione dalla contemplazione della Passione e morte del Signore. La morte in Croce è il sacrificio che ci redime, la lotta vittoriosa di Cristo con il Demonio, la sconfitta del primo peccato d’orgoglio per l’obbedienza totale del Figlio di Dio sino alla fine. Ma la risurrezione del Signore è il segno della potenza di Dio, è il sigillo che mostra come autentica l’opera di salvezza del crocifisso, che altrimenti lascia sgomenti e smarriti. Solo nella risurrezione si accende nel cuore dell’uomo la luce che lo illumina interiormente, per vedere con gli occhi di Dio tutta la vita terrena di Cristo, la sua nascita, il suo insegnamento e la sua crudele crocifissione.

Antonio applica in due modi la dinamica della morte e della risurrezione all’esperienza di ogni essere umano che vuole unirsi e rimanere unito a Cristo.
In senso sacramentale, come già diceva San Paolo e i Padri della Chiesa, ogni uomo si unisce alla morte di Cristo e alla sua risurrezione con il Battesimo. Siamo battezzati nell’acqua, come dire: sepolti con Cristo, ma emergiamo dall’acqua, insieme a Cristo che lascia il sepolcro.
Eppure dopo il Battesimo, dice Antonio, tanti cristiani tornano a morire con il peccato che volontariamente commettono. Scelgono di essere schiavi del peccato e della morte, rendendo vana per loro la stessa morte di Gesù in croce. Come è possibile essere liberati da questa morte che ognuno ha scelto? Con la confessione, risponde Antonio. Anzi con la triplice azione della penitenza. Essa infatti consiste prima di tutto nella contrizione, cioè nel riconoscersi peccatori, sentendo il rimorso per il male che si è commesso come se si spezzasse il cuore. Ma questo dolore per i peccati rimarrebbe sterile, se non portasse alla confessione vera e propria. Antonio ha delle pagine bellissime sulla confessione, la cui forza proviene dal sangue di Cristo sparso sulla croce. E’ questo sangue che scioglie i nodi del peccato, permettendo al peccatore di essere liberato. Da solo, infatti, nessuno può liberarsi dai propri peccati. Ma come alla morte del Signore segue la Risurrezione, così alla confessione - che è morire a se stessi calpestando il proprio orgoglio - deve seguire la riparazione, che è realmente la risurrezione dell’esistenza dell’ex-peccatore.
Il fiore della confessione diventa il frutto della soddisfazione - dice il Santo di Padova -, cioè del riparare con le opere e con le azioni al male che si è commesso. Offrendo al prossimo l’amore vero e fattivo, l’uomo sperimenta nella sua vita personale la risurrezione del Signore: «Dobbiamo offrire al prossimo il nostro amore – scrive Antonio nei suoi SermoniCome Cristo, dopo la sua risurrezione, apparve ai discepoli e cambiò la loro tristezza in gioia, così noi, risorgendo dalle opere di morte alla gloria del Padre, dobbiamo rallegrarci con il prossimo e camminare insieme nella vita nuova. E qual è la vita nuova se non l’amore e la carità verso il prossimo? “Io vi do un comandamento nuovo - dice il Signore - che vi amiate a vicenda” (Gv 13,34). E nel Levitico: “Quando arriverà il raccolto nuovo, dovete gettare via le cose vecchie” (Lv 26,10); e le cose vecchie sono l’ira, l’invidia, e tutti gli altri vizi enumerati dall’Apostolo (cf. Gal 5,20-21)».
La confessione pasquale, come si vede, prende un senso profondo in questa prospettiva antoniana: con il nostro riconoscerci peccatori, farci liberare dai lacci del peccato e rialzarci a vita nuova nelle opere di carità e di misericordia compiamo il mistero della morte e della risurrezione di Cristo, che ha dato la vita per il perdono dei peccati dell’umanità intera.
L’uomo, dunque, risorge con Cristo quando si getta alle spalle la vita vecchia, tutta centrata su di sé, e riesce a staccarsi dai propri vizi per regalarsi, attraverso l’amore del prossimo, a Dio stesso. Ci si innalza a Dio mentre ci si abbassa nell’umiltà, proprio come Cristo che si umiliò nella passione per essere esaltato dal Padre nella gloria della Risurrezione.
Gesù, infatti, non ci insegna a cercare il sentiero della gloria eterna evitando la via dolorosa della Croce. Non è questo il suo messaggio. Antonio lo coglie perfettamente e se ne fa eco nelle predicazione indirizzata a noi e a quanti cercano di evitare la passione e di giungere alla Pasqua attraverso qualche scorciatoia. Senza l’albero della croce, non è possibile ottenere il frutto della risurrezione – afferma il Dottore evangelico – e ci ammonisce: «Presumete di poter salire per altra via al monte Tabor, al riposo della luce, alla gloria della beatitudine celeste, invece che per la scala dell’umiltà, della povertà e della passione del Signore? Convincetevi che non è possibile! Ecco la parola del Signore: “Chi vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24)».
Concludendo il suo sermone nel giorno di Pasqua, Antonio riassume la sua esortazione a non aver paura della sofferenza, della morte e della penitenza, ma ad abbracciarle con il coraggio di Cristo, perché sono il cammino paradossale che porta alla vita vera e senza fine:
«Orsù dunque, carissimi fratelli, che siete qui riuniti per festeggiare la Pasqua di Risurrezione, io vi supplico di comperare con il denaro della buona volontà, insieme alle pie donne, gli aromi delle virtù, con i quali possiate ungere le membra di Cristo con l’amabilità della parola e con il profumo del buon esempio; vi supplico, pensando alla vostra morte, di venire e di entrare nel sepolcro della celeste contemplazione, nella quale vedrete l’angelo dell’Eterno Consiglio, il Figlio di Dio, assiso alla destra del Padre. Egli nella risurrezione finale, quando verrà a giudicare il mondo nel fuoco, si svelerà a voi per sempre: in eterno e nei secoli dei secoli lo vedrete come egli è, con lui godrete, con lui regnerete. Si degni di concederci tutto questo colui che è risorto da morte: a lui sia onore e gloria, dominio e potestà nei cieli e sulla terra per i secoli eterni. E ogni fedele, in questo giorno di letizia pasquale, esclami: Amen, alleluia!»



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