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sabato 20 novembre 2010

Per favore, cari vescovi, non cedete alla tentazione di cambiare il Padre Nostro!

Ormai c'è solo da aspettare e pregare. Mons. Catella, dopo le recenti votazioni CEI sulla nuova traduzione del Messale, tenta di essere rassicurante: "Voglio dire ai nostri parroci di non aver paura - ha puntualizzato Catella - non cambia nulla nella struttura celebrativa della messa e gran parte dei testi rimarranno immutati". Ma tra le modifiche avanzate c'è addirittura un ritocco del Padre Nostro, la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato, quella che proprio i parroci sono soliti introdurre dicendo: "Con le stesse parole di Gesù ci rivolgiamo al Padre...". La frase "non indurci in tentazione" potrebbe essere sostituita, come già fatto nella nuova Bibbia, con "non abbandonarci alla tentazione" (sia in Mt 6,13 che in Lc 11,4. Pur essendo le due versioni del Padre Nostro diverse nei due vangeli, è sorprendente che la domanda "non c'indurre in tentazione" sia invece identica nelle due distinte recensioni della Preghiera del Signore: "καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν". Una prova che proprio questo dicevano i primissimi cristiani, fedeli a Gesù stesso).
Qui non si sta parlando di un piccolo cambiamento, ma di metter mano a correggere le poche sicure ipsissima verba di Gesù che conosciamo. Una bomba. Neanche gli inglesi, che hanno cambiato parecchio della Messa, si sono lontanamente sognati di metter mano al Padre Nostro, per renderlo più accettabile alla sensibilità contemporanea. Ma gli Italiani sì! E non cambiano per adeguare meglio le parole della preghiera domenicale ai testi originali, no! Solo per non rischiare di scandalizzare le orecchie moderne, i cui possessori pare si chiedano di continuo: "ma può Dio indurre in tentazione qualcuno?" e sono grandemente confusi dalle parole di questa petizione del Padre Nostro che pronunciano svariate volte al dì.
Non ci si accorge che la traduzione proposta, se proprio vogliamo dirlo, si espone a domanda di egual tenore: "Ma può Dio abbandonare i suoi figli alla tentazione?", non dice forse la Scrittura (Gc 1,14) che "Dio non permette che siamo tentati sopra le nostre forze"? Quindi è ovvio che non ci abbandona alla tentazione se noi prima non abbiamo abbandonato lui! Ma leggiamo in Mt 4,1: "Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo" (Tunc Iesus ductus est in desertum a Spiritu, ut tentaretur a Diabolo). Lo Spirito Santo è Dio, non ci sono dubbi, ed è proprio lui a condurre Gesù, appena battezzato, verso la tentazione. Passo scandaloso? Non mi pare. Anzi spiega chiaramente che la tentazione viene dal Diavolo, ma è Dio che permette la prova. E se Dio ha trattato in questo modo il Verbo incarnato, forse dovrebbe trattare con più riguardo noi, sue membra?
Al limite, invece di cambiare la parola tradotta in modo corretto, sarebbe stato più comprensibile cambiare la parola effettivamente oggi di accezione negativa, cioè "tentazione", che poteva essere sostituita con la più neutra: "prova".
Se infatti guardiamo i testi originali, si vede benissimo che la traduzione utilizzata in Italiano fin da quando  la preghiera di Gesù esiste nella nostra lingua, è semplicemente un calco del latino, che è a sua volta corrispondente al testo greco. La vulgata recita così: "Et ne nos inducas in tentationem" (= καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν).  Anche l'ebraico e l'aramaico presentano la stessa richiesta, forse non chiara nel preciso significato e tuttavia ben definita nella lettera.
Il "non indurci in tentazione" è insomma uno di quei rari casi in cui c'è una perfetta corrispondenza lessicale tra il testo greco (l'unico originale di cui disponiamo), il latino e l'italiano. Chi vuole modificare l'italiano, in realtà, sta dicendo che non è d'accordo con l'originale greco scritto dall'evangelista e come tale ispirato da Dio. Il traduttore non è chiamato a interpretare questioni teologiche, ma a rendere l'originale nella maniera più aderente e rispettosa. Qui non ci sono questioni di traduzione, ma imbarazzi nella spiegazione.

Che cosa vuol dire, dunque, "non indurci in tentazione"?
Si chiede, apparentemente, a Dio di non portarci davanti alle prove (o in mezzo alle prove = ducere in), insomma, di poterle evitare (i protestanti italiani traducono oggi: "non ci esporre alla tentazione"), ma si deve intendere, invece, di poter superare vittoriosamente le prove che, inevitabilmente, siamo chiamati ad affrontare. Anche Gesù, ricordiamolo (Lc 22,42), pregò il Padre, con umanissimo timore, di far passare il calice della prova della Passione, ma si rimise alla sua volontà (il ditelismo è dogma di fede). Il Padre lo sostenne nella tentazione finale, quella di scappare dalla croce, e Cristo superando la prova potè affermare: "tutto è compiuto" (Gv 19,30).
Che Dio metta alla prova è comunque ben "provato" dalla Scrittura e dal Magistero. Solo qualche esempio tra i più famosi, in cui si vede come tentazione e prova siano sinonimi:
Gen 22,1: Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: "Abramo!". Rispose: "Eccomi!"
(in latino: Quae postquam gesta sunt, tentavit Deus Abraham et dixit ad eum: “Abraham”. Ille respondit: “Adsum”.)
Es. 15,24-25: "Allora il popolo mormorò contro Mosè: "Che cosa berremo?". Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell'acqua e l'acqua divenne dolce. In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova".
(in latino: Et murmuravit populus contra Moysen dicens: “Quid bibemus? ”. At ille clamavit ad Dominum, qui ostendit ei lignum; quod cum misisset in aquas, in dulcedinem versae sunt. Ibi constituit ei praecepta atque iudicia et ibi tentavit eum).

Sant'Agostino comunque ci insegna che "Aliud est autem induci in tentationem aliud tentari. Nam sine tentatione probatus esse nullus potest sive sibi ipse, sicut scriptum est: Qui non est tentatus, qualia scit?" (De Sermone Domini in Monte II,9.30), ovvero: "Una cosa è infatti essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati. Infatti senza la tentazione nessuno è adatto alla prova, tanto in se stesso, come si ha nella Scrittura: Chi non è stato tentato che cosa sa? (Sir 34, 9.11)" Prosegue poi Agostino: "Quindi con quella preghiera non si chiede di non essere tentati, ma di non essere immessi nella tentazione, sulla fattispecie di un tale, a cui è indispensabile essere sottoposto all’esperimento del fuoco, e non chiede di non essere toccato col fuoco, ma di non rimanere bruciato. Infatti la fornace prova gli oggetti del vasaio e la prova della sofferenza gli uomini virtuosi (Sir 27,6)".

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, utilizzando questa locuzione ormai entrata stabilmente nel patrimonio della lingua italiana, così spiega il "non c'indurre in tentazione":

2846 Questa domanda va alla radice della precedente, perché i nostri peccati sono frutto del consenso alla tentazione. Noi chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa. Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in”, [Cf Mt 26,41 ] “non lasciarci soccombere alla tentazione”. “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Gc 1,13 ); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.

2847 Lo Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell'uomo interiore [Cf Lc 8,13-15; At 14,22; 2Tm 3,12 ] in vista di una “virtù provata” (Rm 5,3-5 ) e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte [Cf Gc 1,14-15 ]. Dobbiamo anche distinguere tra “essere tentati” e “consentire” alla tentazione. Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente il suo oggetto è “buono. gradito agli occhi e desiderabile” (Gen 3,6 ), mentre, in realtà, il suo frutto è la morte.

Dio non vuole costringere al bene: vuole esseri liberi. . . La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all'infuori di Dio, ignorano ciò che l'anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere [Origene, De oratione, 29].
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Ricapitolando: in Italiano la locuzione "essere indotto in tentazione" si deve intendere nel senso di "soccombere, cedere alla tentazione". Pregare il Signore perchè non permetta che questo avvenga equivale a dire: "non farci cadere quando siamo tentati", "preservaci dalla caduta nel baratro della tentazione a cui cediamo", mettendo in conto la permissione divina della tentazione. Ma tutto questo non ha niente a che fare con l'abbandono di Dio. Dio non vuole abbandonare i suoi figli tanto quanto non vuole farli cadere apposta nell'abisso del peccato.

Guardano un po' fuori casa, ci pare che riflettano il latino praticamente tutte le traduzioni nelle lingue moderne: 
Inglese: And lead us not into temptation 
Tedesco: Und führe uns nicht in Versuchung
Francese: Et ne nous soumets pas à la tentation
Polacco: I nie wódz nas na pokuszenie
Croato: I ne uvedi nas u napast
Lo spagnolo invece interpreta, ma in modo diverso dalla proposta interpretazione italiana: No nos dejes caer en tentación (mette cioè in luce il "non lasciarci cadere", fallire, quando si è tentati: la proposta dei Padri e del magistero resa esplicita, ma non è la soluzione scelta dai vescovi italiani).

Conclusione: la proposta "non c'abbandonare alla tentazione" (suono sgradevole a parte) non ha nessun valore aggiunto per entrare nell'uso liturgico, anzi ha parecchie controindicazioni: 1) non rispetta la lettera del testo latino nè quello greco, 2) si tratta di un'interpretazione teologica e non di una traduzione, 3) offusca la realtà della divina permissione delle prove e delle tentazioni, 4) rischia di far credere al Popolo che Dio, se non lo supplichiamo, possa abbandonarci in balia delle tentazioni. 5) Visto che i testi liturgici devono essere tradotti dagli originali liturgici, non direttamente dalla Bibbia o peggio ancora da supposte espressioni aramaiche che non ci sono giunte, si rimanga fedeli al latino: "ne nos inducas in tentationem". 6) Si scontra con un modo ormai acquisito da secoli di esprimere in italiano la Preghiera del Signore e rischia, in definitiva, di creare scandalo e meraviglia tra i fedeli, a cui bisognerà spiegare che: "i vescovi hanno deciso di cambiare il Padre Nostro", non una preghiera qualunque, ma il "compendio del Vangelo"! 7) L'attuale versione "non c'indurre in tentazione", proprio per la sua formulazione, richiede una spiegazione ed è aperta alle diverse sfaccettature della domanda. Invece il "non abbandonarci alla tentazione", che è una precisa interpretazione, preclude tale possibilità.

Facciamo affidamento sui membri italiani della Congregazione del Culto Divino (che deve dare la recognitio ai testi liturgici), perchè difendano l'attuale versione del Padre Nostro, e pensino in particolare alle nonnine delle nostre parrocchie, preservandole dal colpo durissimo che sarebbe vedersi cambiare il Padre Nostro, fosse pure a fin di bene. Non sottovalutiamo, infatti,  il contraccolpo che, anche solo dal punto di vista umano (antropologicamente parlando...), verrebbe dalla modifica delle sacrosante parole di Gesù, così familiari e venerate dai cristiani di ogni lingua, italiano compreso. Sarebbe implicitamente come affermare: "fino ad oggi abbiamo pregato in modo non conforme all'intenzione di Gesù". Ma la preghiera italiana del Pater non ha 40 anni. Dal 1936 è esattamente identica a come la pronunciamo oggi. Però il "non c'indurre in tentazione" è presente in tutte le traduzioni, cattoliche e protestanti, almeno dal XVI secolo! (Specimen quadraginta diversarum atque inter se differentium linguarum & dialectorum; videlicet, Oratio Dominica, totidem linguis expressa. Hieronymus Megiserus. Francoforti, ex typographe'o Ioannis Spiessij, MDXCIII (1593).


Allegato: Per dissipare ogni dubbio teologico ci si rilegga la spiegazione della sesta domanda del Padre Nostro nella parte IV del Catechismo Tridentino. C'è abbondanza di materiale esplicativo che consiglia di lasciare immutata la petizione in esame. Ve ne riporto qualche numero importante:


412. Che cosa sia la tentazione
Per capire il vero significato di questa domanda, bisogna determinare che cosa sia la tentazione, e che cosa voglia dire essere indotti in tentazione.
Si dice tentare il fare un esperimento sopra colui che è tentato, in modo che, cavando da lui ciò che desideriamo, otteniamo la verità; modo di tentare che Dio non usa, perché che cosa non sa Dio? Tutto, infatti, è nudo e scoperto agli occhi di lui (He 4,13). 5'è poi un altro modo di tentare, quando andando più oltre, si cerca di esercitare qualche cosa in bene o in male: in bene, quando si mette alla prova la virtù di uno per poterlo poi, esaminata e constatata la sua virtù, elevare con ricompense ed onori, e mettere cosi l'esempio di lui dinanzi agli occhi degli altri perché lo imitino, incitando tutti a renderne lode al Signore. E questo l'unico modo di tentare che convenga a Dio.

Esempio di esso si trova nel Deuteronomio:Il Signore Iddio vi mette alla prova per chiarire se lo amiate o no (13,3). Cosi si dice che Dio mette in tentazione i suoi fedeli, quando li preme con miseria, malattie, o altre specie di calamità, per mettere in luce la loro pazienza e additare agli altri il dovere del cristiano. In questo modo leggiamo che fu tentato Abramo quando gli fu richiesto di' immolare il figlio; ed egli, avendo ubbidito, resto ai posteri modello di sottomissione e di pazienza singolare (Gn 22). Sempre in quest'ordine di idee è detto di Tobia: Poiché eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti mettesse alla prova (Tb 12,13).

In male, invece, sono tentati gli uomini, quando vengono spinti al peccato o alla morte; e questa è opera del demonio che tenta gli uomini per traviarli e farli cadere: perciò è detto tentatore nella sacra Scrittura (Mt 4,3). In queste tentazioni ora egli eccita gli stimoli interni, servendosi dei sentimenti e dei movimenti dell'animo come di mezzi; ora, invece, assale dall'esterno, adoperando i beni per insuperbirci e i mali per abbatterci; a volte ha come emissari e quasi spie uomini perduti, in prima linea gli eretici che, seduti sulla cattedra di pestilenza, diffondono i germi mortiferi delle cattive dottrine. Cosi spingono al male gli uomini che, essendo già di loro proclivi al male, sono poi sempre vacillanti e pronti a cadere, mancando loro il potere di distinguere e di scegliere tra virtù e vizio.

413. Essere indotti in tentazione significa soccombere alla tentazione

Diciamo di essere indotti in tentazione, quando cediamo alla medesima. Ora noi possiamo esservi indotti cosi in due modi: primo, quando, rimossi dal nostro stato, precipitiamo nel male, verso il quale qualcuno ci ha spinto col tentarci. Ma nessuno è in questo modo indotto in tentazione da Dio, perché per nessuno Dio è causa di peccato, odiando egli tutti quelli che commettono iniquità (Saliti. 5,7). E quanto dice san Giacomo: Nessuno, tentato che sia, dica di essere tentato da Dio; poiché Dio non è tentatore al male (I,13); secondo, possiamo essere tentati, nel senso che uno, sebbene non tenti egli stesso né si adoperi a farci tentare, tuttavia lo permette, mentre potrebbe impedire sia la tentazione che il prevalere di essa. Ebbene, Dio lascia che cosi siano tentati i buoni e i pii, senza privarli però della sua grazia.

Talvolta anzi, quando i nostri peccati lo richiedono, con giusta e impenetrabile sentenza, Dio ci abbandona a noi stessi, e noi cadiamo. Si dice anche che ci induce in tentazione quando ci serviamo dei suoi benefici, che dovevano servire alla nostra salvezza, per operare il male, e consumiamo le sostanze del padre, come il figlio prodigo, in una vita lussuriosa, secondando le nostre basse passioni (Lc 15,12). Allora possiamo ripetere le parole dell'Apostolo: Trovai che il comandamento datomi per la vita, mi ha condotto alla morte (Rm 7,10).

Giunge qui opportuno l'esempio di Gerusalemme, la quale, come dice Ezechiele, sebbene arricchita da Dio di ogni genere d'ornamenti, tanto da farle dire per bocca dello stesso profeta: Eri perfetta nella mia dignità, di cui ti avevo rivestito (Ez 16,14), tuttavia, pur essendo ricolma di doni celesti, fu cosi lontana dal ringraziare il beneficentissimo Dio dei beni suddetti, e dal servirsi di essi per conseguire la beatitudine celeste in vista della quale li aveva ricevuti, che, con somma ingratitudine verso il padre Iddio, avendo rigettato ogni speranza e pensiero dei frutti celesti, si diede perdutamente all'esclusivo godimento dei beni presenti, come Ezechiele la rimprovera lungamente in quel medesimo capitolo. Questa è l'ingratitudine di coloro che, pur avendo ottenuto da Dio abbondante materia per fare del bene, si danno, permettendolo Dio, a una vita viziosa.

E' necessario però badare alle parole usate dalla sacra Scrittura per esprimere questa permissione di Dio, parole le quali, prese nel loro significato proprio, significherebbero un'azione diretta da parte di Dio medesimo. Cosi nell'Esodo si legge: Io indurerò il cuore del Faraone (4,21; 7,3); in Isaia: Acceca il cuore di questo popolo (6,10); e nella lettera ai Romani l'Apostolo scrive: Dio li ha abbandonati alle loro infami passioni, ai loro reprobi sensi (I,26,28). Tutti luoghi questi, ed altri simili, nei quali non si deve credere affatto che l'azione venga da Dio, ma intendere invece che Dio l'ha permessa.

414. Noi non chiediamo di essere immuni da tentazione

Chiarito questo, non riuscirà difficile conoscere qual'é l'oggetto di questa preghiera. Anzitutto, noi chiediamo non di non essere tentati affatto. Infatti, la vita dell'uomo sulla terra è tentazione (Jb 7,1). Del resto questa è utile al genere umano, poiché nella prova noi veniamo a una vera conoscenza di noi stessi e delle nostre forze, per cui ci umiliamo sotto la potente mano di Dio (1P 5,6); e, combattendo virilmente, aspettiamo l'incorruttibile corona di gloria (ivi,4). Poiché anche il lottatore dello stadio non è incoronato se non ha lottato a dovere (2Th 2,5). San Giacomo afferma: Beato l'uomo che sopporta la tentazione, poiché dopo essere stato messo alla prova, riceverà la corona della vita che Dio ha promesso a quelli che lo amano (I,12). Che se qualche volta siamo troppo tormentati dalle tentazioni dei nostri nemici, di grande sollievo sarà il pensare che nostro difensore è un Sommo Sacerdote, il quale a tutti può compatire, essendo stato tentato lui stesso in ogni cosa (He 4,15).

Ma che cosa dunque chiediamo con queste parole? Chiediamo di non essere privati dell'aiuto divino, cosi da acconsentire alla tentazione per inganno, o da cederle per viltà; chiediamo che la grazia di Dio ci soccorra, si da rianimare e rinfrancare contro il male le nostre forze fiaccate. Per cui da una parte dobbiamo sempre implorare il soccorso di Dio in qualunque tentazione, dall'altra, nei casi singoli di afflizione, occorre cercar rifugio nella preghiera.

Cosi leggiamo che fece sempre David per qualsiasi genere di tentazione. Contro la menzogna egli cosi pregava: Non ritirare affatto dalla mia bocca la parola della verità (Ps 98,43); e contro l'avarizia: Inchina il mio cuore ai tuoi insegnamenti, e non ad avarizia (ivi,36); contro le vanità della vita e le lusinghe del desiderio: Storna il mio sguardo, che non veda la vanità (ivi,37). Noi dunque domandiamo di non informare la nostra vita ai bassi desideri, di non stancarci nel resistere alle tentazioni, di non abbandonare la via del Signore, di conservare animo eguale e costante nella fortuna favorevole o avversa, e che Dio mai ci lasci privi della sua tutela. Chiediamo quindi che ci faccia schiacciare Satana sotto i nostri piedi.

Per ulteriori approfondimenti si legga questa pagina, molto circostanziata e documentata, sebbene proveniente da un sito bellamente anticattolico: http://www.controapologetica.info/testi.php?sottotitolo='Non%20ci%20indurre%20in%20tentazione'

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Di mons. Catella ho profonda stima. Bisogna solo sostenerlo. Grazie per il post. Meriterebbe una riflessione anche "agli uomini che Egli ama".

lycopodium ha detto...

Grazie infinite. Sul Gloria è ottimamente intervenuto anche il grande querculanus.
Si parla di traduzioni anche qui: http://blog.messainlatino.it/2010/11/cera-una-volta-bugnini-oggi-la-cei.html
e, dati certi commenti, con prospettive davvero angoscianti (cfr. anche qui: http://blog.messainlatino.it/2010/11/magister-il-papa-striglia-i-vescovi.html in particolare i 2 interventi del "don mercenario").

Cristiano ha detto...

Grazie per l'articolo. Ultimamente mi sto accorgendo che in Italia tentare di conciliare Tradizione e situazione ecclesiale attuale non è facile: tra le precisazioni liturgiche Cei dell'83, traduzioni un po' "particolari" (sia della Scrittura che della liturgia) e via discorrendo, veramente la strada non è facile. Poi ci si lamenta, magari, che diversi amanti della tradizione si spingano verso la forma straordinaria: il punto è che il loro cammino nella forma ordinaria non è esattamente facilitato...

Anonimo ha detto...

Poveri noi...
http://blog.messainlatino.it/2010/11/la-cei-si-prepara-resistere-sul-pro.html
L'unica è che le preghiere dei volenterosi riescano a fare accettare in Vaticano l'idea di mettersi al tavolino con la CEI per fare un po' di "braccio di ferro". Sarà da vedere chi vince. Se a giocare fosse il papa stesso, almeno avrei la certezza su chi sia il più sportivo.

Dalla sapienza dei monaci del deserto: "Fuggi il prelato come il peccato".

Messaggi del Cielo al veggente Marcos Tadeu Teixeira a Jacareí ha detto...

5/6/2016. Qui in francia il Padre Nostro è gia cambiato. Putroppo..
Bellissimo articolo sopra! Complimenti.

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