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sabato 28 gennaio 2012

Comunione ai disabili mentali. Superare i malintesi teologici e pastorali

Qualche giorno fa un commento ad un post richiamava la nostra attenzione alla pratica - non ancora pienamente accettata da alcuni pastori - di dare la comunione eucaristica ai disabili mentali o ad altre categorie di persone che - si ritiene - non possano "capire" il sacramento, o siano incapaci di un atto di fede in proprio.
E' necessario spiegare, a preti e laici, che non c'è alcun motivo biblico o dogmatico per non comunicare i disabili mentali, come anche gli anziani attualmente privi di consapevolezza o comunque i malati a cui risultano in qualche modo danneggiate le capacità cognitive cerebrali. L'anima non è sinonimo di cervello, e fede non è sinonimo di coscienza consapevole. La devozione poi non è, in certi casi, facilmente ponderabile. 
Così si esprime autorevolmente Papa Benedetto XVI nell'esortazione apostolica del 2007 "Sacramentum Caritatis" (n. 58), sciogliendo ogni residuo dubbio:
Venga assicurata anche la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali, battezzati e cresimati: essi ricevono l'Eucaristia nella fede anche della famiglia o della comunità che li accompagna.
Il "quanto possibile" si riferisce, con evidenza, ad una possibilità fisica, non mentale (per es. se riescono a deglutire e ingerire). E dopotutto non bisogna dimenticare la saggia massima, in vigore nella Chiesa, per la quale: "A ciò che gli è impossibile, nessuno è tenuto". Non si può chiedere ad una persona qualche prestazione, qualche perfezione, qualche conoscenza che gli sia totalmente preclusa al di là della sua buona volontà. E - inoltre - per quanto riguarda la stessa ricezione dell'Eucaristia, quando sia impossibile come sacramento, non è affatto escluso che venga ricevuta quanto all'effetto spirituale. 
Se, comunque, è possibile battezzare, e quindi far diventare membro di Cristo, un bambino sano o un disabile, è allo stesso modo possibile offrirgli anche gli altri sacramenti dell'iniziazione cristiana: la Cresima e l'Eucaristia, che i disabili possono ricevere "nella fede della famiglia o della comunità che li accompagna", le stesse famiglia e comunità che hanno chiesto per loro il dono del battesimo e della vita in Dio suppliscono alla devozione imperfetta o assente, (mentre per i bambini è ritenuto "conveniente" differire i sacramenti della Cresima ed Eucaristia, in modo da renderli più partecipi e coscienti del dono spirituale, attendendo la loro maturazione).

Il pregiudizio che i disabili mentali non possano proprio accedere alla comunione eucaristica, a causa del mancare dell'uso di ragione, non è affatto - come alcuni ritengono - derivato da una norma dogmatica della Chiesa.  Semmai proviene da un malinteso teologico-pastorale, tipicamente occidentale e figlio di una sensibilità divenuta, via via, troppo razionale. Il Concilio di Orange del 441, per esempio, aveva decretato con semplicità: "Amentibus quaecumque sunt pietatis, sunt conferenda.", ovvero: "ai disabili mentali si deve dare tutto ciò che riguarda la pietà" e perciò - dice l'Aquinate commentando - "si deve loro accordare l'Eucarestia che è il sacramento della pietà". Già Tommaso però distingue vari casi, con una gradazione per cui: "Si può essere privi dell'uso di ragione in due maniere. Primo, per il fatto che si possiede un debole uso di ragione: allo stesso modo che diciamo privo di vista chi ci vede poco. A costoro, per il fatto che possono concepire una qualche devozione verso l'Eucarestia, non deve negarsi questo sacramento" (III, q. 80, a. 9 co). San Tommaso rimane tuttavia del parere che chi è proprio completamente privo, fin dalla nascita, di una qualunque consapevolezza non debba essere ammesso all'Eucaristia (la quale - comunque - non sarebbe in tale caso necessaria in senso assoluto alla salvezza).
Il Catechismo ad parochos, preparato dopo il Concilio di Trento, finirà per dire in maniera precisa: "Amentibus praeterea, qui tunc a pietatis sensu alieni sunt, sacramenta dare minime oportet". Quello che conta è "tunc", quel momento. Se le persone non manifestano il senso della devozione, non conviene per nulla dare loro i sacramenti.

La questione era già iniziata con il canone XXI del Concilio Lateranense IV (1215), che decreta:
Qualsiasi fedele dell'uno o dell'altro sesso, giunto all'età di ragione, confessi fedelmente, da solo, tutti i suoi peccati al proprio parroco almeno una volta l'anno, ed esegua la penitenza che gli è stata imposta secondo le sue possibilità; riceva anche con riverenza, almeno a Pasqua, il sacramento dell'Eucarestia...
Confessione e comunione obbligatoria, almeno una volta l'anno, per coloro che sono giunti all'uso di ragione.
Vedete bene che questo canone segna il minimo della pratica, cercando di rivitalizzare la frequenza ai sacramenti, all'epoca troppo disattesi. Stabilisce chi siano coloro che vi si devono assoggettare per obbligo. Ma è un canone disciplinare, di tenore simile alle norme odierne che indicano l'età massima per essere obbligati al digiuno. Raggiunti i 60 anni non è che sia vietato digiunare, ma non è più considerato un dovere obbligante in coscienza. E' possibile farlo, anzi è cosa buona farlo, sebbene non sia strettamente dovuto.

Lo stesso principio può essere applicato nel caso della comunione eucaristica, come ci mostra la pratica della chiesa antica e medievale, e la continua pratica - fino ad oggi - di parecchie chiese orientali, ortodosse e in alcuni casi cattoliche. Mi riferisco all'uso di battezzare, cresimare e comunicare nella stessa celebrazione i bambini piccoli. Non può essere un abuso dare la comunione ai bambini, perchè sono esseri umani, battezzati e capaci di ricevere la grazia di Dio come dono, anche se non capiscono. E il differire la comunione dei fanciulli fino all'età di ragione non è da intendersi come un precetto divino, ma una legge ecclesiastica, una legge di buon senso certo, ma non assoluta. Si cita, infatti, sempre questo canone del Codice di Diritto Canonico:
Can. 913 - §1. Per poter amministrare la santissima Eucaristia ai fanciulli, si richiede che essi posseggano una sufficiente conoscenza e una accurata preparazione, così da percepire, secondo la loro capacità, il mistero di Cristo ed essere in grado di assumere con fede e devozione il Corpo del Signore.
§2. Tuttavia ai fanciulli che si trovino in pericolo di morte la santissima Eucaristia può essere amministrata se possono distinguere il Corpo di Cristo dal cibo comune e ricevere con riverenza la comunione.
Tuttavia si omette spesso di citare il canone precedente, molto più importante e fondamentale riferimento per la nostra questione. Esso recita
Can. 912 - Ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra comunione.
La proibizione del diritto riguarda le censure derivanti da delitti o l'astenersi dalla comunione per i peccati. Un disabile dunque, può e deve ricevere il Corpo del Signore, anche nei casi in non si possa valutare o quantificare dall'esterno la sua comprensione, fede o devozione, per il semplice fatto di essere cristiano e di aver diritto ai sacramenti, secondo la sua condizione. Solo il peccato può tenere lontano qualcuno da Cristo. Non certo il perfetto funzionamento dei suoi organi, fosse pure il cervello.
C'è, infatti, chi forse non potrà mai arrivare a comprendere ciò va a ricevere. Ma è questo un motivo sufficiente per negare di ricevere "Colui che non si può comprendere"? E chi di noi può quantificare tale comprensione e discernimento? Chi può sapere quanta "devozione" c'è in un'anima, anche se fatica ad esprimersi per mezzo del corpo?
Si sa bene, per analogia, che l'intenzione di San Pio X nell'abbassare l'età per la Prima Comunione andava in questo senso: "E’ meglio che i fanciulli ricevano Gesù quando hanno ancora il cuore puro"; "far entrare Gesù nel cuore dei bambini prima che vi entri satana"- soleva dire il santo Papa. Per questo il 10 agosto 1910 emanò il decreto Quam Singulari con il quale, riferisce un testimone: "rimossi gli ostacoli di antiche consuetudini e ripristinata la sana disciplina degli antichi, ordinò che i bambini fossero ammessi alla Prima Comunione al settimo anno di età". E' chiaro che il bambino: "dovrà in seguito venire imparando il catechismo intero, in modo proporzionato alle forze della sua intelligenza" (Quam singulari). Tutto è proporzionato alla capacità e all'età. Ma sempre in senso di estensione, non di restrizione.
Il canone 912 ricordava: "Ogni battezzato". E' un'espressione inclusiva e larga: vuol dire proprio tutti quelli che sono stati giudicati ammissibili al battesimo. 
In questo caso, dunque, non si può mai sbagliare in eccesso, mentre spesso si può sbagliare in rigidità, con conseguenze di sofferenza, esclusione e ghettizzazione incomprensibili da un punto di vista umano, teologico e genuinamente tradizionale. Dobbiamo ribadire e sottolineare tutto questo, perché purtroppo c'è ancora chi ha perfino dei dubbi nell'ammettere persone portatrici della sindrome di Down alla comunione eucaristica.
Va ricordato infine che è una radicata e sempre risorgente mentalità giansenistica quella che aveva dissuaso i cristiani dalla pratica eucaristica assidua e aveva spostato in avanti l'età della comunione, quasi che questa fosse il coronamento del cammino verso la perfezione cristiana, piuttosto che la via per raggiungerla, "un premio e non un farmaco all'umana fralezza" - scrive San Pio X. E le umane fragilità e debolezze - quelle, beninteso, non connesse a colpa - sono molte e di vari tipi.

Per approfondire, si può leggere questa sintesi: L’eucaristia ed il cammino di catechesi dei disabili, di H. Bissonnier   e questa risposta equilibrata apparsa su Famiglia Cristiana. Molto precisa anche la riflessione del teologo morale Luigi Lorenzetti a cui vi indirizzo.

4 commenti:

padre.rocco ha detto...

Grazie di cuore per questo articolo che chiarisce molto bene l'ordine delle cose. In passato, vivendo e lavorando da volontario in una casa di ospitalità per disabili, ho avuto a che fare con sacerdoti reticenti a dare l'Eucaristia a tali persone, mentre non penso di dire un'eresia se affermo che il Signore Gesù è molto più misticamente unito a queste persone sofferenti nel corpo e nello spirito, e queste vivono "ontologicamente" una comunione con Cristo più profonda della nostra di cosiddetti "normali". Quindi, perché non dar loro la comunione eucaristica? che ne sappiamo noi "esseri pensanti" di come il Signore entrando in loro gli comunichi il Suo conforto e il Suo amore?

Anonimo ha detto...

Il termine "disabili mentali" è assai vago: in questa categoria si può far rientrare una grande varietà di persone, da chi ha difficoltà di apprendimento a chi soffre di schizofrenia. Ebbene, certi disabili mentali non sono affatto privi della possibilità di comprendere la fede: avere problemi psichiatrici, anche gravi, non significa non essere dotati di intelligenza - è anzi noto che, ad esempio, un autistico può avere una comprensione della matematica superiore a quella della stragrande maggioranza delle persone della sua età.

I disabili sono persone come le altre: ho osservato tante volte in Chiesa persone comunicarsi semplicemente per abitudine, con noia. Per quale motivo le si deve ritenere più degne di ricevere il Corpo di Cristo rispetto a chi ha comportamenti incomprensibili ma magari dà a quel gesto un valore - anche se non si può avvertire?

Un disabile mentale è spesso considerato alla stregua di un rottame, si dovrebbe invece comprendere che è un malato come gli altri.

Vincenzo ha detto...

D'accordissimo con il pensiero di padre.rocco e veramente grazie per i contenuti di questo articolo.
L'Eucarestia è il Sacramento della pietà e della misericordia: chi siamo noi per poter decidere al posto dell'Altissimo chi sì e chi no? E se attraverso questo Sacramento il Signore volesse salvare un'anima ? Chi saremmo noi per opporci a tale disegno?
Tutto il resto và gestito con il buon senso.
Grazie ancora!

Vincenzo ha detto...

D'accordissimo con il pensiero di padre.rocco e veramente grazie per i contenuti di questo articolo.
L'Eucarestia è il Sacramento della pietà e della misericordia: chi siamo noi per poter decidere al posto dell'Altissimo chi sì e chi no? E se attraverso questo Sacramento il Signore volesse salvare un'anima ? Chi saremmo noi per opporci a tale disegno?
Tutto il resto và gestito con il buon senso.
Grazie ancora!

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