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sabato 10 marzo 2012

Addomesticare la "Chiesa domestica": conciliare famiglia, spiritualità e liturgia

Anche a me, come penso a tutti i sacerdoti, capita di dover "risollevare" mamme un po' spiritualmente tristi, perché il gioioso arrivo della prole ha coinciso anche con la fine del tempo libero per la vita di preghiera e soprattutto per la vita parrocchiale. Ho trovato molto bella, pratica e toccante la testimonianza che vi riporto, di una mamma cattolica del Sudafrica.
Mi è piaciuta particolarmente la sensibilità dell'accorgersi che i bambini piccoli piccoli, non per colpa, ma oggettivamente, rischiano di disturbare la concentrazione della comunità raccolta per la preghiera. Le "cappelle insonorizzate per bambini" non mi piacciono troppo, ma so che sono una utile risorsa. Io dico sempre alle mamme: "Portate in Chiesa i vostri piccoli, ma mettetevi in fondo o vicino alla porta o accanto alla porta della sacristia, perché se il pargolo piange o ha fame, in un attimo potete guadagnare la via di uscita, state tranquille, non perdete il precetto!". Abituare i bambini a venire in chiesa, e appena possono anche a stare un po' in silenzio (magari per gradi, prima un minuto, poi due....fino a quando sono più grandi e attenti), è qualcosa da non rimandare. E in questo bisogna che la comunità sia paziente e i genitori comprensivi. Se il prete sta cercando di predicare, il pianto straziante di un piccino gli impedisce automaticamente ogni pensiero (e meno male, se no vorrebbe dire che è un robot). Ma comunque sono sicuro che i genitori che accompagnano un bambino piccolo o più, abbiano già la loro predichetta vivente quotidiana e possono assentarsi durante i 10 minuti dell'omelia.


«Mamme, Dio vi capisce!»
di Frances Correia (tratto da Vino Nuovo)


In quanto fervente cattolica mi sono sentita allo stesso tempo spaventata e rallegrata per l'effetto che ha avuto la maternità sulla mia fede. Da un lato c'è qualcosa di davvero meraviglioso nella gravidanza e nel vedere Dio all'opera in modo estremamente reale nel proprio corpo. Anche perché io ero una di quelle donne che ha fatto di tutto per rimanere subito incinta e non è scontato che vada per tutte in questo modo. Così la meraviglia di questa nuova creazione è state ed è un legame profondo con il Signore.

Allo stesso modo i momenti d'intensa gioia e allegria con i miei figli mi portano a una maggiore intimità con Dio.

Attualmente sono madre di tre figli che vanno da zero a cinque anni. Questo significa che l'ultima volta che ho dormito una notte intera è stato più di cinque anni fa. Dal punto di vista del mio essere cattolica ciò significa che negli ultimi cinque anni quando vado a messa o mi siedo in una cry chapel (lo spazio che nelle chiese viene adibito ai genitori con bambini piccoli; ndt) o, se non c'è, fuori sui gradini della chiesa.

Sono sempre stata una persona abituata a pregare regolarmente un'ora al giorno per conto mio. Come tutte le giovani mamme ora invece sono alla disperata ricerca di un qualsiasi tempo per me stessa. Forse potrei tentare di pregare un po' di più nelle rare volte in cui capita che tutti e tre i bambini dormano contemporaneamente, ma il più delle volte m'addormento anch'io.

Non mi sono mai sentita così alienata da Dio e da me stessa come da quando ho i figli. Parlando di questo con un amico, egli mi ha suggerito quello che poi è diventato il mio mantra per la mia relazione con Dio. Mi ha detto che gli sembrava che Dio mi stesse dicendo: "Ti voglio bene, mi manchi e ti capisco".

Ora so che Dio è sempre con me ma quel senso di perdita è relativo a quello spazio che nella vita ordinaria deve essere più aperto a Dio.

Mi manca il silenzio e il tempo per un profondo incontro con il Signore; ma di fatto questo non è possibile quando ho i bambini intorno.

La difficoltà di questo sentimento di alienazione ha due origini.

La prima è quella della mia vita di preghiera interiore che è più o meno svanita di pari passo col mio sempre minor tempo a disposizione.

La seconda è il mio senso di alienazione rispetto alla comunità ecclesiale.

Mi pare di poter dire che le nostre chiese e le nostre celebrazioni liturgiche non siano adatte a esseri piccoli, chiassosi, spesso ammalati e che fanno domande in continuazione.

Seduta nella cry chapel, a volte più che altro attenta a quello che fanno i bambini di fronte a me, tagliata fisicamente fuori dal resto della comunità, spesso mi sono sentita come se fossi a fianco della messa che viene celebrata piuttosto che al suo interno. Ma va anche peggio nelle chiese in cui non ci sono cry chapel.

Ricordo come se fosse adesso quella volta che ero in vacanza con i miei figli e io e un padre mai visto prima sedevamo sotto l'ombra di un albero mentre tentavamo d'indovinare a che punto fosse la messa dalle canzoni che sentivamo (la temperatura quel giorno era sui 40 gradi e sedersi sui gradini della chiesa non era proprio possibile).

D'altra parte sono convinta che con un minimo di creatività e qualche idea fuori dagli schemi potrei fare qualcosa di utile per la fede mia e dei miei figli. Faccio un piccolo esempio liturgico.

Sin da quando ero giovane, per me il triduo pasquale era il faro dell'anno. Negli ultimi anni io e mio marito abbiamo deciso di non partecipare a nessuna liturgia del triduo se non alla messa la mattina di Pasqua. Siamo stati a casa perché i nostri bambini non avrebbero tratto alcun beneficio dalla liturgia nel cuore della notte del sabato santo o dalla liturgia del venerdì santo.

Il primo anno che è andata così mi sono sentita molto in colpa, triste e un po' risentita. Mi è venuta in aiuto un'amica ebrea che mi ha mostrato quante liturgie dell'ebraismo si tengono in contesti casalinghi e sono adatte a bambini piccoli. Mi ha anche ricordato che Gesù e Maria erano ebrei e che avrebbero fatto allo stesso modo.

In questi ultimi anni mi ha aiutato a cucinare e a celebrare la cena del Seder il giovedì santo. Successivamente abbiamo letto il racconto dell'Ultima cena dal Vangelo di Giovanni e lavato i piedi di ciascuno. Questa è una celebrazione che funziona per i bambini. A loro piace farsi lavare i piedi. E poiché siamo in casa possono fare rumore e domande e tutte quelle cose che permettono loro di dare significato alla celebrazione.

E' possibile trovare il modo d'essere cattolico e condividere la nostra fede con i bambini più piccoli. Ma questo richiede un minimo d'organizzazione. Una delle cose di cui sono maggiormente consapevole è che con i bambini è necessario prepararsi.

Non solo è necessario radunare i vestiti, avere la borsa dei pannolini e i biberon per andare a messa o da qualsiasi altra parte; ma è anche necessario che io prepari i bambini per quello che stanno per fare. I bambini non prendono bene il fatto di trovarsi all'improvviso una mattina ad andare in chiesa piuttosto che all'asilo.

Invece se noi abbiamo raccontato la storia della Pentecoste e tutti ci vestiamo di rosso per la messa e vedono che anche il sacerdote è vestito di rosso allora i bambini si lasciano coinvolgere e iniziano a fare domande. Ho imparato che le storie e le azioni sono molto utili per coinvolgerli e comprendere la fede.

Per la mia vita di preghiera personale, ogni anno cerco di organizzare alcune mattinate di ritiro, perché andare a un ritiro vero e proprio è fuori questione. Comunque prendersi del tempo mentre i bambini sono o con una baby sitter o all'asilo e concedermi uno spazio di preghiera, di riflessione sulla mia vita o per parlare con un direttore spirituale su quello che sta avvenendo tra me e Dio, mi ha aiutato enormemente.

E come ogni madre devo ricordarmi che questo periodo passerà. Già col figlio più grande riesco già a vedere che non ha bisogno della mia attenzione nella stessa misura di cui ha bisogno quello che ha tre anni. Nel giro di altri cinque anni i miei piccoli diventeranno bambini con necessità molto diverse.

Così a chi come me capitasse per un momento di sentirsi prigioniera nella cry chapel, ricordo: "Dio ti vuol bene, anche Dio sente la tua mancanza e ti capisce!".
Frances Correia
testo apparso su Trefoil n. 278/2011, p. 29s; pubblicato a Bedfordview - Sudafrica.

Gesù benedicente i piccoli. Lucas Cranach il Vecchio - XVI sec.

1 commento:

Maria ha detto...

Condivido in tutto e per tutto la tua premessa, giusto un paio di mesi fa ho parlato di questo argomento con un francescano minimo. Sono anche io poco entusiasta di queste cappelle "d'isolamento", il bambino va educato, non "estraniato". Se lo si mette sempre in un angolo dove qualsiasi cosa faccia non la sente nessuno -altre mamme e altri bambini a parte- non si risolve alla radice il problema. Il fondo è nell'aspetto educativo e.... "affettivo": il bambino deve cominciare a capire che va in Chiesa per incontrare un amico, anche se non Lo vede. E non bisogna dire che non capisce, perché è piccolo. Mia mamma insegna, e già quando il bimbo arriva in prima elementare, se è ben stimolato, fa tante di quelle domande che si comprende quale terreno fertile possa essere, se ben stimolato! Il problema è, nella maggior parte dei casi (non di questa donna dell'articolo, ovviamente) che tanti genitori non sono loro stessi educati all'incontro con l'Altro nella Messa, come possono allora educare i propri figli? Tanti genitori sono maleducati dappertutto (anche in Chiesa...vedi telefonini e distrazioni durante le omelie, prima e dopo la Messa), come possono insegnare l'educazione ai figli? Tanti genitori non hanno una vera vita spirituale..come fanno a trasmettere la necessità di averne una alla propria prole? Quanto all'altra questione, quella "organizzativa"....eh, finché i bimbi sono piccoli è difficile. Se si ha la possibilità di godere dell'aiuto di parenti (ed in primis del coniuge!) penso si possa trovare un modo per continuare la propria vita spirituale in maniera non identica, ma insomma...soddisfacente....forse un po' di "turni" nella gestione dei pargoli può tornare utile.

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