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mercoledì 14 marzo 2012

Quando un testo magisteriale dice: "docet", vuol proprio dire "insegna". E quando la Chiesa insegna è Cristo che insegna

Brontolio teologico sul motivo della mancata pubblicazione di alcuni commenti
Sono abbastanza colpito da vari commenti che prendono per buone certe "vulgate" di siti o autori "tradizionalisti" spinti: il Concilio Vaticano II è stato solamente pastorale (non, piuttosto, prevalentemente pastorale) e da questo assunto, che pare la panacea a tutti i mali della Chiesa, traggono la conclusione: possiamo dimenticarlo, far finta di niente, nasconderne tutti gli insegnamenti sotto il tappeto della storia.
Vi riporto, a titolo di provocazione, una parte di un commento ricevuto:
Certo che un concilio ecumenico approvato dal Papa canonicamente eletto nono può errare in materia di fede e di morale . . . ma quando impegna tutta la sua autorità magisteriale e definitoria. Questo il concilio vaticano II non sembra (ho scritto sembra!) averlo mai fatto. Ha inondato la cristianità di un profluvio di costituzioni dogmatiche (che però non hanno dogmatizzato niente) decreti, dichiarazioni, suggerimenti, esortazioni, suggestioni, pie elevazioni, preghiere e suppliche . . . mai che una volta avesse scritto "definiamo" o, viceversa, "anatematizziamo". Questo a differenza di tutti, proprio tutti, i concili che lo hanno preceduto. Certamente un cattolico tradizionale, come vorrei essere io, non può dire che un "il" cocilio ha dogmatizzato un errore o sdogmatizzato una verità,perché questo è ontologicamente impossibile per chi crede nelle promesse del Signore. Purtroppo può avere usato un linguaggio ambiguo, che può essere interpretato in senso tradizionale, come cerca di fare cantuale antonianum o in senso sovversivo, come dimostra la chiesa olandese . . . e non solo quella olandese.
A quanti sostengono (o dubitano) che il Concilio Ecumenico Vaticano II non insegni in modo infallibile un bel niente (ma allora mi chiedo, perché si sarebbe qualificata con tanto sforzo una semplice "assemblea pastorale" come Concilio Ecumenico?...?), faccio notare solo una parolina, che dovrebbe farli riflettere, se hanno la pazienza di andarsi a leggere il testo originale dei documenti. Diamo per scontato che il latino non faccia difetto a chi propugna idee e argomenti così "tradizionali"....
Dunque, più volte il Sinodo ecumenico dice di se stesso che "insegna", usa la parola tecnica: "docet". Faccio solo un paio di esempi chiarificatori ed evidenti. Lumen Gentium 21, la definizione della sacramentalità dell'episcopato: "Il santo Concilio insegna quindi che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell'ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, realtà totale del sacro ministero". Ma, parallelamente, anche in Lumen Gentium 14 abbiamo una forte affermazione magisteriale della necessità della Chiesa in ordine alla salvezza, (e oggi più che mai andrebbe ripetuta):  "Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza".

Come tutti sanno e vedono, la seconda definizione è tradizionale, (ma ribadita con forza perché la si voleva riproporre dopo i dubbi e le questioni suscitate dalla risposta al caso Feeney), la prima è invece una delle più famose definizioni chiarificatrici del Vaticano II, che con questa affermazione completa la trattazione teologica dell'episcopato e definendone la sacramentalità, questione lasciata volutamente aperta dal Concilio di Trento.
Quando un concilio dice: DOCET, vuol proprio dire quello che sembra dire. Sta definendo infallibilmente (o ribadendo, perché nulla cambia, ma può essere precisato e interpretato dal magistero) qualche aspetto della fede o della morale. Oppure sta "insegnando" in maniera ordinaria e universale qualche altro aspetto della dottrina o delle realtà inerenti e che formano una sorta di corollario alla dottrina stessa.
Se qualcuno, fino al Vaticano II poteva avere dei legittimi dubbi sulla sacramentalità dell'episcopato, ora non può più averli, perché la Chiesa, al suo massimo grado, si è espressa. Questo non vuol dire che anche insegnamenti conciliari di minore portata non vadano accettati per come vengono proposti e per come il Magistero stesso li interpreta.

E' Pio XII che precisa - se ce ne fosse bisogno - nell'enciclica Mystici Corporis: "...divinus Redemptor Apostolos in mundum misit, sicut ipse missus erat a Patre (cf. Jo 17, 18; 20, 21), ipse est, qui per Ecclesiam baptizat, docet, regit, solvit, ligat, offert, sacrificat".

Quando parla la totalità dei vescovi in comunione con Pietro e insieme a Pietro, nessuno può dubitare che è la Chiesa stessa che insegna, definisce e dichiara, sia dogmaticamente che pastoralmente. Ma se è la Chiesa, allora è lo stesso Cristo. Possiamo forse dire che Cristo, pastore dei Pastori, possa aver lasciato non dico definire dogmaticamente (sarebbe una sciocchezza), ma nemmeno asserire qualcosa pastoralmente di sconveniente o scorretto alla sua Chiesa? Mi parrebbe altamente temerario sostenerlo, sebbene forse qualcuno lo voglia fare. Sembra però un ragionamento degno di un protestante che propugni il "libero esame", non della Scrittura, ma dei Testi conciliari. Eppure non basta che uno o anche molti teologi o pastori non riescano a vedere come certe affermazioni si concilino con la Tradizione per dire: "questo insegnamento è errato". Ci si rimette piuttosto all'interpretazione autentica del Magistero. Oppure si è già - senza nemmeno accorgersene - sulla strada di Lutero, Calvino e compagnia...

E se poi il Magistero contemporaneo, nella persona del suo detentore in sommo grado, cioè Papa Benedetto XVI, continua a dire che il problema è l'interpretazione, l'ermeneutica e l'applicazione dei documenti conciliari, possiamo ancora sentire dire che il problema sia insito nei testi stessi del Concilio e nei suoi insegnamenti, o non è più (teo)logico dire che è insito in chi - non solo per troppo spingersi avanti, ma anche per troppo guardare indietro - non sa interpretarli rettamente e accoglierli nel loro significato autentico (cioè autorevole e che, lo ricordo, è dichiarato dal Magistero stesso, non dai teologi o dai bloggers....).

Vi prego, dunque, cari commentatori, non pretendete di insegnare ciò che il Magistero non insegna o dovrebbe insegnare. E' un dato tradizionale che la "chiesa discente" accolga, non formuli, il magistero, non è così? E - se avete tempo - provate a rileggere i documenti del Concilio, iniziando da quelli intitolati Costituzioni dogmatiche. Leggeteli come stanno e per quello che sono, con le loro note e i loro rimandi. Potrebbero riservare più di una sorpresa. Lo ripeto: il latino non vi difetta, usatelo dunque!
un po' di vescovi durante una sessione plenaria del Concilio Vaticano II

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi sembra un po' chiudere le porte dopo che sono scappati i buoi. Sono anni che si critica lo "spirito del concilio", adesso ci si accorge che si è passati a criticare il concilio tout court. Bisogna stare attenti a non passare da un eccesso all'altro, invece per correggere gli errori degli uni stiamo cadendo negli errori degli altri.
Tanti auguri.

Jon Lord ha detto...

Padre, il carattere (anche) dogmatico (e quindi infallibile) del Concilio Vaticano II è innegabile, questo però non vuole dire che ogni suo pronunciamento sia coperto dall'infallibilità. Lo stesso Paolo VI ammise che i Padri non la vollero impegnare.
A scanso di equivoci, questo non significa che questi pronunciamenti non siano da accogliere con "religioso ossequio della volontà e dell'intelligenza", sia ben chiaro, non sto dicendo questo, ma ciò che non è infallibile non è irreformabile.
Il Concilio Vaticano II insegna (come Lei giustamente fa notare) e assume quindi carattere dogmatico e infallibile nel momento in cui riafferma verità di Fede e di morale già promulgate "definitorio modo" in altre occasioni e che rispettano tutte le condizioni poste dalla Pastor Aeternus.

Probabilmente potrà non gradire, ma ripropongo qui quanto affermava, poco più di un anno fa, Mons. B. Gherardini:
«I quattro livelli del Vaticano II – Chi ha dimestichezza non con la sola GS, ma con tutt’i sedici documenti conciliari, si rende ben conto che la varietà tematica e la corrispettiva metodologia collocano il Vaticano II su quattro livelli, qualitativamente distinti:

quello generico, del Concilio ecumenico in quanto Concilio ecumenico;
quello specifico del taglio pastorale;
quello dell’appello ad altri Concili;
quello delle innovazioni.

Sul piano generico, il Vaticano II ha tutte le carte in regola per esser un autentico Concilio della Chiesa cattolica: il 21° della serie. Ne discende un magistero conciliare, cioè supremo e solenne. La qual cosa di per sé non depone per la dogmaticità ed infallibilità dei suoi asserti; anzi nemmeno la comporta, avendola in partenza allontanata dal proprio orizzonte.

Sul piano specifico la qualifica di pastorale ne giustifica i vastissimi interessi, non pochi dei quali eccedenti l’ambito della Fede e della teologia: p. es. la comunicazione sociale, la tecnologia, l’efficientismo della società contemporanea, la politica, la pace, la guerra, la vita economico-sociale. Anche questo livello appartien all’insegnamento conciliare ed è quindi supremo e solenne, ma non può vantare, per la materia trattata e per il modo non dogmatico di trattarla, una validità di per sé infallibile e irriformabile.

L’appello ad alcuni insegnamenti di precedenti Concili costituisce il terzo livello. E’ un appello talvolta diretto ed esplicito (LG 1 “praecedentium Conciliorum argumento instans”; LG 18: “Concilii Vaticani primi vestigia premens”; DV 1: “Conciliorum Tridentini et Vaticani I inhaerens vestigiis”), talvolta indiretto ed implicito, che riprende verità già definite: p. es. la natura della Chiesa, la sua struttura gerarchica, la successione apostolica, la giurisdizione universale del Papa, l’incarnazione del Verbo, la redenzione, l’infallibilità della Chiesa e del magistero ecclesiastico, la vita eterna dei buoni e l’eterna condanna dei cattivi. Sotto questo aspetto, il Vaticano II gode d’un’incontestabile validità dogmatica, senz’esser per questo un Concilio dogmatico, essendo la sua una dogmaticità di riflesso, propria dei testi conciliari citati.

Le innovazioni costituiscono il quarto livello. Se si guarda allo spirito che guidò il Concilio, si potrebbe affermare ch’esso fu tutto un quarto livello, animato com’era da uno spirito radicalmente innovatore, anche là dove tentava il suo radicamento nella Tradizione. Alcune innovazioni sono però specifiche: la collegialità dei vescovi, l’assorbimento della Tradizione nella Sacra Scrittura, la limitazione dell’ispirazione ed inerranza biblica, gli strani rapporti con il mondo ebraico ed islamico, le forzature della c.d. libertà religiosa. E’ fin troppo chiaro che se c’è un livello al quale la qualità dogmatica non è assolutamente riconoscibile, è proprio quelle delle novità conciliari.» (http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2011/01/convegno-di-roma-sul-vaticano-ii.html)

Anonimo ha detto...

Caro Cantuale,
sono perfettamente d'accordo con lei. Provengo dalla FSSPX dalla quale sono stato buttato fuori per motivi "disciplinari". Lascio alla sua intelligenza il capire perché del virgolettato. Il vero problema dei tradizionalisti (per me il termine non ha un gran senso: il cattolicesimo è secondo la Tradizione tout court e in genere gli "ismi" non sono mai forieri di nulla di buono) è che vogliono vivere come se la Sede Apostolica fosse venuta meno. In pratica si fanno in quattro per affermare che sono fedeli al Papa, ma quando il Papa o un Concilio "docunt" cose che loro ritengono non essere "tradizionali", si salvi chi può. Io ho sempre posto loro un domanda (che mi è valsa l'espulsione diretta, senza somma di ammonizioni...): chi può in ultima istanza affermare se qualche cosa è in continuità o contro la Tradizione? La risposta è sempre stata o il silenzio o la Tradizione stessa (in tal caso saremmo presenti ad una nuova versione di protestantesimo: dal sola Scriptura al sola Traditione). Le consigli inoltre di informarsi sulla recente questione del priorato di Ajaccio (Corsica): è la chiara manifestazione dei veri pensieri dei Mons. Fellay &C.
Grazie di cuore. La ricordo nelle mie povere preghiere, perché il Signore benedica il bene che fa.

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