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venerdì 29 agosto 2014

Giovanni Battista modello di chi vuol seguire la vita religiosa - meditazione di S.Antonio di Padova

Sant'Antonio e Giovanni Battista - di Piero della Francesca
Ogni tanto nei Sermoni del Santo Dottore di Padova ci si imbatte in pagine dirette alla riforma di vita dei religiosi. Sappiamo che sant'Antonio ha scritto la sua opera per i confratelli francescani: è quindi alla loro vocazione che - in particolare - si riferisce, anche se le sue raccomandazioni sono sempre generali, e, come in questo caso, vanno bene per tutti coloro che intraprendono e vogliono perseverare nel cammino della vita consacrata. Il testo seguente è tratto dal sermone per la II domenica di Avvento, tutto dedicato alla figura austera e penitente di San Giovanni Battista, di cui oggi celebriamo il martirio. Il precursore di Gesù nel deserto viene preso a modello delle virtù di quanti desiderano abbracciare la vita di penitenza e di quotidiana rinuncia in un ordine religioso.

Dai Sermoni di Sant'Antonio di Padova:

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Chi siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re» (Mt 11,7-8). 
Il deserto è la vita religiosa. E su questo concordano le parole di Isaia:
«Si rallegrerà il deserto e la terra inaccessibile, esulterà la solitudine e fiorirà come giglio. Germoglierà e crescerà, esulterà di gioia e proromperà in canti di lode» (Is 35,1-2).
In ogni ordine religioso si devono osservare in modo assoluto tre virtù: la povertà, la castità e l'obbedienza; tre virtù che sono richiamate nella precedente citazione di Isaia.
La povertà quando Isaia dice: «Si rallegrerà il deserto»; la castità quando aggiunge: «Fiorirà come giglio»; l'obbedienza quando conclude: «Germoglierà e crescerà».

- Dunque la povertà: «Si rallegrerà il deserto». Il religioso che vuole osservare veramente la povertà, deve compiere tre cose:
primo, rinunciare ad ogni bene terreno;
secondo, non avere alcuna volontà di possederne in futuro;
terzo, sopportare con pazienza le privazioni inerenti alla stessa povertà.
Questi tre atti sono indicati nelle parole: deserto, terra inaccessibile, e solitudine.
La vita del religioso dev'essere deserta, nella rinuncia ad ogni bene terreno; inaccessibile (in latino: invia, senza via), che cioè nella sua volontà non resti neanche l'ombra del desiderio di possedere qualcosa.
Dice in proposito Isaia: «Il deserto diventerà un Carmelo e il Carmelo sarà considerato una valle» (Is 32,15). Carmelo s'interpreta «conoscenza della circoncisione». Quindi il deserto, cioè l'ordine religioso, diventerà un Carmelo, cioè una circoncisione per quanto riguarda la rinuncia ai beni terreni; e la rinuncia ai beni sarà una valle, per ciò che riguarda la volontà di non possedere. Chi è sciolto da questi due legami, a buon diritto può rallegrarsi e cantare: L'anima mia è sciolta dal laccio dei cacciatori (cf. Sal 123,7). Si rallegrerà dunque il deserto e la terra inaccessibile.
A queste due qualità si deve aggiungere la terza: il religioso sappia patire la fame e la sete e sopportare le privazioni (cf. Fil 4,12). E così ci sarà la «solitudine che esulterà» quando sopporterà con pazienza questi disagi e altri simili.

- La castità: «Fiorirà come giglio». Il giglio (in latino lilium, che suona quasi come lacteum, latteo) simboleggia il candore della castità. Dice Geremia: «I suoi nazirei erano più candidi della neve e più bianchi del latte» (Lam 4,7). Ad essi il Signore promette per bocca di Isaia: Non dica l'eunuco, cioè colui che si è reso tale per il regno dei cieli, che ha promesso la continenza: Ecco io sono come albero secco. Poiché questo dice il Signore: Agli eunuchi che osservano i miei sabati, cioè la purezza del cuore che è il sabato dello spirito, e hanno scelto ciò che io voglio, cioè la castità del corpo, della quale dice l'Apostolo: Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione, affinché ognuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto (1Ts 4,3-4), e hanno osservato il mio patto, il patto concluso con me nel battesimo, darò nella mia casa, nella quale ci sono molti posti, e dentro le mie mura, di cui è detto nell'Apocalisse che sono costruite con diaspro (Ap 21,18), pietra preziosa di color verde che raffigura l'esultanza dell'eterna viridità (giovinezza), darò, ripeto, un posto del quale dice Giovanni: Vado a prepararvi un posto (Gv 14,2), e un nome più bello, cioè più eccellente, che avrà più valore che aver generato figli e figlie, un nome eterno, del quale dice l'Apocalisse: Scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme, e il mio nome nuovo (Ap 3,12). Avrà il nome di Dio perché sarà simile a Dio e lo vedrà come egli è (cf. 1Gv 3,2): Io dissi: Siete Dei (Sal 81,6); avrà il nome di Gerusalemme perché sarà nella pace; avrà il nome di Gesù perché è stato salvato. Avrà un nome eterno che mai sarà cancellato (Is 56,3-5), che mai cadrà in dimenticanza.

- L'obbedienza: «Germoglierà e crescerà, ed esulterà di gioia e proromperà in canti di lode». Osserva che la vera obbedienza ha in se stessa cinque qualità, indicate proprio nelle cinque parole suddette. La vera obbedienza è umile, ossequiente, pronta, gioconda e perseverante.
Umile nel cuore: questo indica la parola «germoglierà». Il germoglio è come l'inizio del fiore, e l'umiltà è l'inizio di ogni opera buona.
Ossequiente nella voce, indicato dalla parola «crescerà». Dall'umiltà del cuore procede il rispetto, anche nel tono della voce.
Pronta al comando, e a questo si riferisce la parola «esulterà». Dice il salmo: «Esulterà come un prode che percorre la via» (Sal 18,6).
Gioconda nella sofferenza, e questo è indicato dalla parola «con gioia».
Perseverante nell'esecuzione degli ordini, e allora sarà anche «piena di lode», perché ogni lode si canta alla fine.
O religiosi, così dev'essere il deserto del nostro ordine, nel quale siete venuti ad abitare uscendo dalla vanità del mondo. Perciò a voi ha detto il Signore: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto?»...
Ogni religioso sia ricolmo di questi tre doni, cioè della speranza, della gioia e della pace: della speranza per quanto riguarda la povertà, la quale spera solo in Dio; della gioia per ciò che concerne la castità, senza la quale non c'è gioia della coscienza; della pace, nei riguardi dell'obbedienza, fuori della quale non c'è pace per nessuno: «Non c'è pace per gli empi, dice il Signore» (Is 57,21); se il religioso sarà ricolmo di questi doni, sia certo che abbonderà anche nella speranza e nella grazia dello Spirito Santo, per vivere fiducioso nel deserto dell'ordine religioso.
Fratelli carissimi, imploriamo il Signore nostro Gesù Cristo che ci preservi dall'essere canna sbattuta dal vento o uomini avvolti in morbide vesti; ci faccia invece abitare nel deserto della penitenza, poveri, casti e obbedienti.
Ce lo conceda colui che è degno di lode, soave e amabile, Dio benedetto e beato nei secoli eterni. E ogni ordine religioso, puro e senza macchia, dica: Amen. Alleluia!

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