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domenica 20 aprile 2008

La pontificia Basilica e il latino....

Un articolo stuzzicante....E' del Gazzettino di oggi. Il giornalista si è accorto che nella pontificia Basilica di Sant'Antonio, rinomato santuario internazionale, dipendente direttamente dalla santa Sede, ecc. ecc.. la preghiera pubblica viene ormai da tempo condotta sempre, tassativamente ed esclusivamente in...italiano. E' comunque interessante che oggi, diversamente da qualche decennio fa, il latino è sentito come inclusivo, invece che escludente. Certo il mondo è cambiato parecchio dagli anni '60, la globalizzazione e lo spostamento dei turisti e pellegrini dovrebbe far ripensare anche le proposte pastorali. Il paradosso, inoltre, è che a Padova, una messa del Concilio Vaticano II nella sua forma tipica non ha cittadinanza in nessuna chiesa, neanche nella Basilica, mentre la messa del '62, almeno un altarino l'ha trovato, a San Canziano.
Penso che anche Paolo VI abbia i suoi buoni diritti, non solo Pio V......E poi figuriamoci la "cioia" del buon Benedetto XVI, che l'altro giorno, celebrando la messa a New York, ha fatto una predica memorabile, da cui estrapolo un passaggio splendido (prima di riportarvi l'articolo di cui ho parlato):
Una delle grandi delusioni che seguirono il Concilio Vaticano II, con la sua esortazione ad un più grande impegno nella missione della Chiesa per il mondo, penso, sia stata per tutti noi l’esperienza di divisione tra gruppi diversi, generazioni diverse e membri diversi della stessa famiglia religiosa. Possiamo andare avanti solo se insieme fissiamo il nostro sguardo su Cristo! Nella luce della fede scopriremo allora la sapienza e la forza necessarie per aprirci verso punti di vista che eventualmente non coincidono del tutto con le nostre idee o i nostri presupposti. Così possiamo valutare i punti di vista di altri, siano essi più giovani o più anziani di noi, e infine ascoltare “ciò che lo Spirito dice” a noi ed alla Chiesa (cfr Ap 2, 7). In questo modo ci muoveremo insieme verso quel vero rinnovamento spirituale che voleva il Concilio, un rinnovamento che, solo, può rinforzare la Chiesa nella santità e nell’unità indispensabili per la proclamazione efficace del Vangelo nel mondo di oggi.
Sant'Antonio non parla latino.
Nella Pontificia basilica, con i suoi secoli di storia e di fede, la lingua dei cesari e dei papi non ha praticamente cittadinanza. Non più. Non con regolarità. Certo ogni tanto si ascolta lo struggente saliscendi di un tono gregoriano o una melodia tradizionale proposta, sempre ottimamente, dalla Cappella musicale. In questo periodo che segue la Pasqua, inoltre, non mancano appuntamenti arricchiti dalla preghiera del "Regina caeli". Ma è tutto qui: qualche orapronobis, un inno ogni tanto (su tutti il celebre "Si quaeris miracula", se cerchi miracoli), un antico canto. Eccezioni. Una messa intera, sistematicamente, no. Troppa grazia. Per carità: nessuno si azzarda a immaginare, sotto le cupole antoniane, il rimpatrio della "missa" di Pio V, poi edita da Giovanni XXIII nel 1962, con il prete che dà le spalle ai fedeli per volgersi a Dio. Giovanni Paolo II l'ha permessa nel 1984, attraverso un indulto speciale. Benedetto XVI l'ha "liberalizzata" nel luglio scorso con una lettera apostolica. A Padova si tiene ogni domenica alle 11 nella chiesa di San Canziano, tra il Bo e piazza delle Erbe. Altra prospettiva, dunque, per il tempio del frate taumaturgo. Riguarda la messa del nostro tempo: uscita fresca dal Vaticano II, approvata nel 1970 da Paolo VI. Lo spirito, il "vento" del concilio, ha voluto che il rito si traducesse nelle diverse lingue. Tutte. Il latino resta compreso, ci mancherebbe altro. Oltretutto, questo latinorum vivo è linguaggio ecumenicamente ufficiale di una Chiesa che, nei suoi atti, riesce a volgere perfino termini moderni come aereo ("aeronavis") o computer ("instrumentum computatorium"). Appare quasi regola eucaristica a San Pietro e in molte altre basiliche romane. Si recupera anche altrove. Ai raduni cattolici dove accorrono persone di nazioni differenti, per esempio. E in tanti luoghi di culto visitati incessantemente da pellegrini provenienti da tutto il mondo. Proprio come avviene a Sant'Antonio, dove il libretto dei canti non abbandona la tradizione: su un totale di 291 brani, ne contiene una trentina latini. Pochi ma buoni. L'inglese è certamente più "universale" dell'italiano. Eppure, a Londra, la cattolica cattedrale di Westiminster ha in calendario tutti i giorni, alle 10, una messa in latino. Tra le innumerevoli celebrazioni del Santo (nei festivi praticamente ogni ora) uno spazio per questa liturgia non apparirebbe fuori luogo. Oltretutto si tratta di un "santuario internazionale". Che non si è fatto mancare, in varie occasioni, eucaristie in lingue straniere. Latino? Nisba.
Léon Bertoletti

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