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venerdì 22 ottobre 2010

Esce oggi il film sui Martiri di Tibhirine. A quando la loro canonizzazione?

le tombe dei monaci martiri di Tibhirine

In italiano si intitola "Uomini di Dio", ma nell'originale francese il titolo di questo film di Xavier Beauvois è più suggestivo: "Des Hommes et des Dieux", "Degli uomini e degli Dei"; a Cannes 2010 ha vinto il Gran premio della Giuria. La pellicola narra la vera storia dei sette monaci trappisti di Nostra Signora dell'Atlante in Algeria, sequestrati e uccisi tra il 26 e il 27 marzo 1996 dai fondamentalisti dei “Gruppi islamici armati”. Nonostante le minacce e la paura non sono venuti meno al loro voto di stabilità e all'amicizia verso gli abitanti del villaggio. Perciò scelsero di rimanere, nonostante tutto. Solo dal 2007 è in corso la fase diocesana (arcidiocesi di Algeri) della causa di beatificazione di quei monaci, insieme a tutti gli altri cristiani algerini, che hanno perso la vita in quelle folli circostanze, che in un decennio hanno visto più di 300 mila morti civili fra cui altri 12 fra religiose e religiosi.
Il film, presentato a Cannes, ha riscosso un grande successo e ha commosso il pubblico. Vi riporto, insieme ad alcuni trailer, anche al testimonianza di J.M. Lassause, prete della Mission de France, che continua oggi a curare e custodire il monastero di  Tibhirine; è stata rilasciata a MissionOnline:

La testimonianza: Vivere a Tibhirine oggi
di Jean-Marie Lassause

«Tibhirine fa parte dell'eredità della Chiesa universale. Sta a noi inventare un seguito, che possa raccogliere quest'eredità e che le rende viva»
Da dieci anni vivo a Tibhirine quattro giorni la settimana, per continuare la produzione agricola con Youcef e Samir, perché questo monastero abbia sempre la porta aperta a tutti gli ospiti e per mantenere questo luogo di preghiera cristiana in mezzo ai fratelli musulmani.
"Uomini di Dio" è per me un grande film autentico, che sottolinea l'umanità e la fraternità dei monaci, attraverso una convivialità condivisa nel quotidiano. Attraverso questi legami molto forti di vicinanza e di lavoro, i monaci hanno dischiuso per me e per la Chiesa d'Algeria un solco che resta aperto al dialogo e all'incontro. Ancora oggi continuiamo a vivere queste relazioni molto fraterne attraverso lo scambio, i servizi reciproci, il vivere insieme, le gioie condivise delle feste musulmane e cristiane.
Certamente, non si parla più di "fratelli della pianura" e di "fratelli della montagna"; il terrorismo si è allontanato e la vita pacifica ha ripreso. È il ritmo delle stagioni, piacevoli in estate e dure in inverno, che scandisce i lavori, così come le preghiere dei monaci danno il ritmo alle giornate nel film. Questo rinviarsi dei tempi di preghiera e degli orari di lavoro manuale àncora la vita monastica nel tempo e nello spazio, così come la voce del muezzin che echeggia dinanzi al monastero scandisce la giornata e fa sì che le nostre umili occupazioni abbiano un respiro più alto.
L'interrogazione di fondo dei monaci nel 1996 riguardava il restare o il partire; la questione di oggi è quella di dare un futuro a questo monastero, segnato dalla memoria dei monaci che vi riposano e che hanno trasmesso al mondo lo spirito di Tibhirine. Questo Spirito non appartiene solo alla Chiesa, ma al mondo che riconosce questo valore immenso del vivere insieme in armonia tra credenti di diverse religioni e culture.
È in questo modo che il film interroga molti nostri contemporanei che vivono a nord del Mediterraneo, nei quartieri di periferia delle nostre città, ed è un invito a non disertare questi luoghi di incontro che possono diventare luoghi di frattura.
Bel film, dove i paesaggi (benché girati in Marocco) ritrovano i colori ocra e i verdi dell'inverno, delle alture di Medea, punteggiate dalle greggi di pecore fanno parte del quotidiano della gente; bel film, dove la direttrice della fotografia tratta la luce in modo tale da insinuare il desiderio di riscoprire un Caravaggio o un Fontana...
Quante volte ho pensato, varcando il cancello del monastero, che entravo in un'oasi, in un anticamera del paradiso, dove il silenzio permea gli edifici centenari; nel film, la ricerca dei monaci è molto legata alla terra fertile, agli alberi, al levarsi del sole, al suo tramontare, insomma è iscritta nella natura che rivela qualcosa di Dio.
Ancora oggi, i monaci accompagnano le genti di Tibhirine, che evocano molto spesso le loro memorie condivise, con grande rispetto per monaci come Luc o Christophe, ma anche per Amédée e Jean Pierre: essi amavano profondamente la gente e oggi ancora la popolazione di qui è loro riconoscente. Il villaggio è cresciuto insieme con il monastero e la gente è come gli uccelli che si riposano sui rami rappresentati dai monaci. Se dovessero partire, dove "ci poseremo"?
Per me, il problema di restare o partire non si pone. Tibhirine fa parte dell'eredità della Chiesa universale. Sta a noi inventare un seguito, che possa raccogliere quest'eredità e che le rende viva.

Il trailer ufficiale del film in italiano:


Un clip del film, in francese con sottotitoli inglesi, che mostra la prima drammatica riunione dei monaci sul da farsi: partire o restare?


Photogallery del Monastero di Tibhirine


L'articolo odierno, dall'Osservatore Romano, di Lucetta Scaraffia per l'uscita del film

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