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giovedì 9 maggio 2013

Papa Francesco completerà l'opera iniziata da Clemente XIV

le reliquie dei martiri di Otranto
No, non mi riferisco all'opera per cui è tanto discusso il nome di Clemente XIV... la soppressione dei Gesuiti non c'entra nulla (e vorrei vedere!). 
Fra pochi giorni, il 12 maggio prossimo, nella sua prima celebrazione liturgica di canonizzazione, Papa Francesco iscriverà nell'elenco dei santi gli 800 martiri di Otranto, beatificati nel 1771 da quel suo predecessore, francescano conventuale, di nome Clemente, che cedette - suo malgrado - alle richieste dei poteri politici di sopprimere la Compagnia di Gesù (senza effetto duraturo, come oggi si può ben constatare).
Proprio nel concistoro dell'11 febbraio scorso, quello in cui Benedetto XVI annunciò a sorpresa la sua rinuncia, i cardinali avevano dato l'ultimo voto favorevole, necessario per procedere all'elevazione a Santi di questi beati martiri.

I martiri di Otranto, patroni della città pugliese, aspettano la canonizzazione dal 1480. Furono trucidati in odio alla fede da parte dei Turchi, i quali, avendo espugnato la città, avrebbero concesso la salvezza solo agli uomini che si fossero convertiti all'Islam. I martiri non accettarono l'offerta e ne pagarono le conseguenze. Potete leggere qui qualche particolare in più sulla nota vicenda. O guardare questo breve servizio del 2007 di TV2000:



L'agenzia Zenitcitando un libro curato da un caro ed esperto confratello (Dai Protomartiri francescani a sant’Antonio di Padova, Centro Studi Antoniani, Padova 2011), indicava ulteriori collegamenti tra questi martiri e un altro papa francescano, Sisto IV, che proprio in risposta all'eccidio di Otranto avrebbe canonizzato i frati protomartiri dell'Ordine Serafico, anch'essi trucidati dai Saraceni, ma nel Marocco del 1220.

Per chi ragiona in maniera "politicamente corretta" potrebbe sembrare alquanto singolare che Papa Francesco accetti di iniziare le sue canonizzazioni additando al mondo una vicenda che ricorda conflitti religiosi di tanti secoli fa, sulla quale - per buona pace con le altre religioni - molti vorrebbero far scendere almeno un po' di oblio. Ma anche quanti tuonano che la Chiesa di Roma è diventata troppo accondiscendente con l'Islam probabilmente dovrebbero ricredersi. In realtà non si tace nulla, anzi si riconosce un fatto storico, interpretandolo alla luce della Fede in Cristo.

Siamo appunto nell'Anno della Fede: che occasione migliore di questa per mostrare un caso "di notevole dimensioni" di martirio genuinamente cristiano, ossia per volontà certificata di non abiurare la fede in Cristo? Papa Bergoglio ci ha mostrato che non è certo un Pontefice che si fa incastrare da chi lo vuole "incasellare" a suo uso e consumo in qualche categoria "addomesticata". Sulla fede non fa sconti. Spiazza tutti: ci ricorda i martiri dei nostri giorni (vedi qui) e canonizza i martiri decapitati dai turchi, tributando loro il giusto riconoscimento come fecero prima di lui tanti pontefici, da Clemente XIV fino a Giovanni Paolo II che i martiri di Otranto li ha anche venerati (vedi qui e più sotto). Papa Francesco, ormai lo sappiamo, non guarda tanto alle convenienze politiche o alle formalità diplomatiche, ma prima di tutto alla Fede, alla sua diffusione e incarnazione nella vita. Come ha detto nel messaggio del Regina Caeli il Lunedì di Pasqua: 
... il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte
Possiamo rileggere, in prospettiva, quello che disse ai giovani Giovanni Paolo II, quando visitò la città di Otranto proprio in coincidenza con il 5° centenario del grande martirio, nel 1980:
Carissimi giovani!
1. Alla conclusione di questa intensa e splendida giornata del pellegrinaggio, che mi ha condotto alla vostra Otranto, per venerare gli 800 martiri nel V centenario della loro testimonianza di fede e di sangue, mi incontro con voi, che siete e rappresentate il futuro della vostra città, della vostra patria, della Chiesa, e portate nel cuore, come una preziosissima eredità, il mirabile esempio di quegli otrantini, che il 14 agosto del 1480 - all’alba di quello che viene considerato storicamente l’“evo moderno” - preferirono sacrificare la vita stessa anziché rinunciare alla fede cristiana.
È questa una pagina luminosa e gloriosa per la storia civile e religiosa dell’Italia, ma, specialmente, per la storia della Chiesa pellegrina in questo mondo, la quale deve pagare, attraverso i secoli, il suo tributo di sofferenza e di persecuzione per mantenere intatta ed immacolata la sua fedeltà allo sposo, Cristo, uomo-Dio, redentore e liberatore dell’uomo.
Voi, carissimi giovani, siete legittimamente fieri di appartenere ad una stirpe generosa, coraggiosa e forte, che si specchia con compiacimento in quegli 800 otrantini i quali, dopo aver difeso con tutti i mezzi la sopravvivenza, la dignità e la libertà della loro diletta città e delle loro case, seppero anche difendere, in maniera sublime, il tesoro della fede, ad essi comunicato nel battesimo.
2. Non possiamo leggere oggi, senza intensa emozione, le cronache dei testimoni oculari del drammatico episodio: i cittadini di Otranto, al di sopra dei 15 anni, furono posti dinanzi alla tremenda alternativa: o rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce. Antonio Pezzulla, un cimatore di panni, rispose per tutti: “Noi crediamo in Gesù Cristo, Figlio di Dio; e per Gesù Cristo, siamo pronti a morire!”. E subito dopo, tutti gli altri, esortandosi a vicenda, confermarono: “Moriamo per Gesù Cristo, tutti; moriamo volentieri, per non rinnegare la sua santa fede!”.
Erano forse degli illusi, degli uomini fuori del loro tempo? No, carissimi giovani! Quelli erano uomini, uomini autentici, forti, decisi, coerenti, ben radicati nella loro storia; erano uomini, che amavano intensamente la loro città; erano fortemente legati alle loro famiglie; tra di loro c’erano dei giovani, come voi, e desideravano, come voi, la gioia, la felicità, l’amore; sognavano un onesto e sicuro lavoro, un santo focolare, una vita serena e tranquilla nella comunità civile e religiosa!
E fecero, con lucidità e con fermezza, la loro scelta per Cristo!
In 500 anni la storia del mondo ha subìto molti mutamenti; ma l’uomo, nella sua profonda interiorità, ha mantenuto gli stessi desideri, gli stessi ideali, le stesse esigenze; è rimasto esposto alle stesse tentazioni, che - in nome dei sistemi e delle ideologie di moda - cercano di svuotare il significato ed il valore del fatto religioso e della stessa fede cristiana.
Di fronte alle suggestioni di certe ideologie contemporanee, che esaltano e proclamano l’ateismo teorico o pratico, io chiedo a voi, giovani di Otranto e delle Puglie: siete disposti a ripetere, con piena convinzione e consapevolezza, le parole dei beati martiri: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”?
Essere disposti a morire per Cristo comporta l’impegno di accettare con generosità e coerenza le esigenze della vita cristiana, cioè significa vivere per Cristo. 
3. I beati martiri ci hanno lasciato - e in particolare hanno lasciato a voi - due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena; l’autenticità della fede cristiana.
Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana; sull’esempio del Cristo, i primi suoi discepoli hanno manifestato sempre una sincera “pietas”, un profondo rispetto e una limpida lealtà nei confronti della patria terrena, anche quando erano oltraggiati e perseguitati a morte dalle autorità civili.
I cristiani hanno portato, durante il corso di due millenni, e continuano a portare oggi il loro contributo di lavoro, di dedizione, di sacrificio, di preparazione, di sangue per il progresso civile, sociale, economico della loro patria!
La seconda consegna lasciataci dai beati martiri è l’autenticità della fede. Il cristiano dev’essere sempre coerente con la sua fede. “Il martirio - ha scritto Clemente Alessandrino - consiste nel testimoniare Dio. Ma ogni anima che cerca con purezza la conoscenza di Dio e obbedisce ai comandamenti di Dio è martire, sia nella vita che nelle parole. Essa, infatti, pur se non versa il sangue, versa la sua fede, poiché per la fede si separa dal corpo già prima di morire” (Clemente Alessandrino, Stromata, 4,4,15).
Siate giovani di fede! di vera, di profonda fede cristiana! Il mio grande predecessore Paolo VI il 30 ottobre 1968, dopo aver parlato sulla autenticità della fede, recitò una sua preghiera “per conseguire la fede”.
Tenendo presente quel testo così incisivo e profondo, io auspico che, sull’esempio dei beati martiri di Otranto, la vostra fede, o giovani, sia certa, fondata cioè sulla parola di Dio, sulla approfondita conoscenza del messaggio evangelico e, specialmente, della vita, della persona e dell’opera del Cristo; ed altresì sulla interiore testimonianza dello Spirito Santo.
La vostra fede sia forte; non tentenni, non vacilli dinanzi ai dubbi, alle incertezze, che sistemi filosofici o correnti di moda vorrebbero suggerirvi; non venga a compromessi con certe concezioni, che vorrebbero presentare il cristianesimo come una semplice ideologia di carattere storico e quindi da porsi allo stesso livello di tante altre, ormai superate.
La vostra fede sia gioiosa, perché basata sulla consapevolezza di possedere un dono divino.
Quando pregate e dialogate con Dio e quando vi intrattenete con gli uomini, manifestate la letizia di questo invidiabile possesso.
La vostra fede sia operosa, si manifesti e si concretizzi nella carità fattiva e generosa verso i fratelli, che vivono accasciati nella pena e nel bisogno; si manifesti nella vostra serena adesione all’insegnamento della Chiesa, madre e maestra di verità; si esprima nella vostra disponibilità a tutte le iniziative di apostolato, alle quali siete invitati a partecipare per la dilatazione e la costruzione del regno di Cristo!
Affido questi miei pensieri ai beati martiri, la cui intercessione invoco oggi, in modo particolare, per voi, giovani, perché, come loro, sappiate vivere con rinnovato impegno le esigenze del messaggio di Gesù.
Con la mia benedizione apostolica. Amen!  (Fonte)

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Consiglio il bel romanzo di Maria Corti "L'ora di tutti": sono cinque capitoli in cui è raccontato, da cinque diversi punti di vista (un pescatore, il governatore della città, una inquieta otrantina...), il terribile evento della presa di Otranto.
Carolus Mediolanensis

Anonimo ha detto...

Sì, è davvero bello, quel libro di Maria Corti. A me succede di tornarvi spesso. E' uno di quei libri che possono essere di aiuto. Son contenta che ne sia stata consigliata la lettura.
C'è una frase, importante, detta da uno dei personaggi del romanzo, che rivela il significato di quel titolo "L'ora di tutti":
" A ciascun uomo nella vita capita almeno un'ora in cui dare prova di sé; viene sempre, per tutti. A noi l'hanno portata i turchi.".
fiorenza

Anonimo ha detto...

Ma c'è un'altra opera di Maria Corti, nata anche questa, come "L'ora di tutti", da "una sorta di indefinibile fascino otrantino", come lei stessa dice nella Premessa. Ha il titolo "Otranto allo specchio" e raccoglie tre piccoli testi. Il primo è un documento: mostra la guerra d'Otranto del 1480 vista dal "campo avverso", con gli occhi di un grande cronista turco di quel tempo, Ibn Kemal. E davvero nulla più di questa cronaca, "simmetrica e speculare" rispetto alle antiche cronache otrantine, potrebbe darci la misura di una tale "opposizione tra due civiltà".
L'ultima parte di questo piccolo libro, che è un gioello, è invece -ci dice ancora Maria Corti- una nuova sua "variazione sul tema Otranto". O, meglio, sulla sua cattedrale. "La Signora di Otranto": questo "essere vivente", questa Signora che "come altre sue illustri sorelle di Parigi, Chartres, Reims, Canterbury, è un essere anomalo, che meriterebbe una biografia, non un semplice ritratto". Lei che nei secoli ha visto crollare tante e tante cose intorno, anche nobilissime cose... Eppure, "ciò che accadeva intorno a Lei non era che una digressione; solo ciò che accadeva in Lei, restava".
Da leggere assolutamente.
Da leggere soprattutto, secondo me, per la pagina in cui si rievoca quel 12 agosto del 1480 in cui "anche a Lei spettò un illustre 'assassinio nella cattedrale' e come la sorella di Canterbury accolse in grembo il suo arcivescovo pugnalato, di nome Stefano Pendinelli. Per farla breve e per chi è ignaro dei fatti, quando i turchi sfondarono la porta grande e invasero le navate, detto arcivescovo li apostrofò: 'Miseri infelici, caduti nel profondo delle tenebre!' I turchi impiegarono qualche momento a riprendersi dalla inimmaginabile apostrofe; appena si ripresero, lo pugnalarono. Oh buon Dio, che cosa potevano fare d'altro?"
"E oggi?", si chiede infine l'autrice. "E oggi? Lei, la divina che fa? Abituata, come si diceva, a iterazioni di natura gloriosa, il nostro deve parerLe un mondo di monotona barbarie".... "Torpedoni turistici si fermano sulla sua piazza..."

Mi scuso, fr. A. R., per aver invaso tanto spazio. E' perché questo tema mi sta molto a cuore... Presa anch'io, evidentemente, in qualche modo, "da una sorta di indefinibile fascino otrantino"...Oltre che, naturalmente, dall'attesa della canonizzazione di domani.
fiorenza

Anonimo ha detto...

Quella così significativa data dell'11 febbraio... alle soglie del tempo di Quaresima... quando il Papa annunciò proprio la data di domani, del 12 maggio di questo "anno della Fede", per la cerimonia di canonizzazione dei martiri di Otranto...Come non pensarci a lungo?
Inesauribile tema di meditazione è il fatto che l'annuncio che riguardava questi martiri -martiri della Fede, uccisi in odio alla Fede- venne dato da Papa Benedetto XVI insieme con l'annuncio della sua decisione di lasciare il pontificato.
Il martirio che il risolversi per questa rinuncia deve essere stato per lui...Il martirio che egli sicuramente ha sofferto per tutti quegli otto anni...Quello che noi abbiamo sofferto con lui, per amore, quando intorno a lui spiravano solo venti contrari e di tempesta...Il martirio dello smarrimento che in tanti abbiamo provato quel giorno, e dopo ...
fiorenza

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