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martedì 15 ottobre 2013

Perché i cattolici che dopo il divorzio si risposano non possono ricevere i sacramenti? Risponde la Commissione Teologica Internazionale

In questi giorni sentiamo spesso e con dispiacere interpretare male, piegare o di proposito fraintendere le parole di attenzione pastorale del Santo Padre Francesco riferite alle difficoltà che possono colpire le famiglie e le coppie di sposi. Fino al punto che ci sono commentatori (non solo giornalisti) i quali arrivano a mettere in bocca al successore di Pietro le proprie opinioni e sono poi anche convinti - per gli applausi di colleghi o di lettori indifferenti al bene della Chiesa e dei cristiani - di essere nel giusto.
Visto che il magistero unanime e concorde a tutti i livelli (compreso quello di Papa Francesco) non lo si vuole più ascoltare, proviamo a rivolgerci ai teologi, che pare abbiano più "successo mediatico".
Vi espongo un testo di quell'autorevole organismo - ma non fonte di magistero - che è la Commissione Teologica Internazionale, la quale studia ad alto livello e in profondità i problemi teologici e fornisce poi ai Pastori i risultati delle ricerche come base per prendere decisioni o per formulare la dottrina.
Nel 1977, in pieno post-concilio ma in epoca pre-Wojtyla e pre-Ratzinger, fu stilato il documento: "La dottrina cattolica sul sacramento del Matrimonio". Tale scritto, qui sotto citato, riassume in maniera sintetica, chiara e comprensibile i motivi DI FEDE per cui il matrimonio tra battezzati è un sacramento ed è indissolubile e perché - quando è valido - non permette ai singoli coniugi di risposarsi finché è in vita il marito o la moglie. Sono motivi di fede, basati sulla sacra Scrittura e sul volere di Cristo, non quisquilie da talk show.
Prego perciò quanti sono chiamati a commentare le questioni ecclesiali di prenderne visione e di smettere di colpevolizzare o condannare in nome di questo o quell'altro teologo l'intera prassi pastorale che noi poveri preti, con tanta fatica e fedeltà alla Chiesa, cerchiamo di portare avanti.
Alla fin fine siamo noi poveri preti - non i commentatori - a stare ogni giorno in prima linea nelle parrocchie e nei confessionali, ambulatori di primo soccorso della Chiesa-ospedale-da-campo; siano noi i medici a cui sono affidate le anime! Non chiedeteci di essere cialtroni imbonitori o di dire alle persone: "tutto va bene" quanto non va bene per niente. Il Papa non fa così. Le sue carezze sono quelle del buon medico, che si rende conto quanto la cura riabilitante sia faticosa e dolorosa. Non risparmia le incisioni, ma le lenisce con il farmaco dell'umanità e della vicinanza affettuosa. Lasciateci dunque aiutare spiritualmente le persone a riprendere la via e la vita cristiana, non curandole con la medicina di una falsa misericordia mondana (che sarebbe tanto facile...) ma con la vera, buona ed esigente misericordia di Gesù Cristo (che è evangelica e punta alla guarigione dal peccato). Un matrimonio valido è e rimarrà indissolubile, al Sinodo discuteranno del problema della nullità e dell'accesso più agevole alla verifica della realtà dei matrimoni caso per caso. Nessuno, men che meno Papa Francesco, cambierà la definizione di "matrimonio" e di "famiglia" in segno di "apertura" alla modernità, come vanno blaterando i giornali anche oggi.
I segni sacramentali non sono "caramelle" e la Chiesa non ha il potere di distribuirli, gestirli o modificarli a piacimento; può solo "amministrarli" secondo la volontà di colui che ne è l'Autore.
A chi non piace questa Madre Chiesa, sposa di Cristo, e ripete il ritornello: "LA CHIESA DEVE CAMBIARE!" vorrei sommessamente ricordare: Guarda che Gesù dice un'altra cosa: "convertitevi e credete al vangelo!". Non è mai tardi per iniziare.

Cristo e la Chiesa sua sposa
Il testo della Commissione teologica internazionale (che potete leggere tutto intero qui), è composto di due parti. Nella prima (A) ci sono delle propositiones, approvate in forma specifica, sulla teologia del matrimonio (sotto vi riporto quelle raggruppate al titolo 5). Nella seconda parte (B) vengono esposte 16 testi del padre gesuita Gustave Martelet, approvate in forma generica, davvero belle e da riprendere anche in futuri Sinodi sulla famiglia.

5. Divorziati risposati

5.1. Radicalismo evangelico

Fedele al radicalismo del vangelo, la chiesa non può porsi nei confronti dei fedeli con parole diverse da quelle dell’apostolo Paolo: « Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito — e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito — e il marito non ripudi la moglie » (1 Cor 7, 10-11). Ne deriva che le nuove unioni, dopo un divorzio ottenuto con una legge civile, non sono né regolari né legittime.

5.2. Testimonianza profetica

Questo rigore non è dovuto a una legge puramente disciplinare o a un certo legalismo. Si fonda sul giudizio che il Signore ha dato a questo proposito (Mc 10, 6 ss.). In quest’ottica, questa regola severa è una testimonianza profetica resa alla fedeltà irreversibile dell’amore che lega il Cristo alla chiesa. Essa dimostra ancora come l’amore degli sposi sia assunto nella carità stessa di Cristo (Ef 5, 23-32).

5.3. La « non-sacramentalizzazione »

L’incompatibilità dello stato dei « divorziati-risposati » con il precetto e il mistero dell’amore pasquale del Signore comporta per questi l’impossibilità di ricevere, nella santa eucaristia, il segno dell’unità con Cristo. L’ammissione alla comunione eucaristica può avvenire solo dopo la penitenza che implica « il pentimento per il peccato commesso e il buon proposito di non commetterlo più in futuro » (Concilio di Trento, DS 1676). Tutti i cristiani debbono ricordarsi le parole dell’apostolo: «... Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna » (1 Cor 11, 27-29).

5.4. Pastorale dei divorziati risposati

Questa situazione illegittima non consente di vivere in piena comunione con la chiesa. E tuttavia i cristiani che vi si trovano non sono esclusi dall’azione della grazia di Dio e dal legame con la chiesa. Non debbono essere privati della cura dei pastori (Allocuzione pontificia di Paolo VI, 4 novembre 1977). Essi hanno ancora molti compiti che loro derivano dal battesimo. Devono attendere all’educazione religiosa dei loro bambini. La preghiera cristiana sia pubblica che privata, la penitenza, certe attività apostoliche sono sempre modi per vivere la loro vita cristiana. Non debbono essere disprezzati ma aiutati come tutti i cristiani che, con l’aiuto della grazia di Cristo, si sforzano per liberarsi dal peccato.

5.5. Combattere le cause del divorzio

È sempre più necessario svolgere un’azione pastorale che tenda ad evitare il moltiplicarsi dei divorzi e delle nuove unioni civili dei divorziati. In particolare è necessario inculcare ai nuovi sposi una coscienza viva di tutte le loro responsabilità di coniugi e di genitori. È fondamentale presentare in modo sempre più efficace il significato autentico del matrimonio sacramentale come alleanza realizzata « nel Signore » (1 Cor 7, 39). In questo modo i cristiani saranno più preparati a conformarsi al comandamento del Signore e a rendere testimonianza all’unione di Cristo con la chiesa. Questo d’altronde sarà fatto per il maggior bene degli sposi, per quello dei bambini come pure per la società stessa.
.......

La tesi 12 del padre Gustave Martelet S.J.:

12. Divorzio e eucaristia

Senza misconoscere le circostanze attenuanti e talvolta anche la qualità di un matrimonio civile successivo al divorzio, l’accesso dei divorziati risposati all’eucaristia risulta incompatibile con il mistero di cui la chiesa è servitrice e testimone. Accogliendo i divorziati risposati all’eucaristia, la chiesa lascerebbe credere a tali coniugi che essi possono, sul piano dei segni, comunicare con colui del quale essi rifiutano il mistero coniugale sul piano della realtà.

Fare una cosa del genere, significherebbe inoltre che la chiesa si dichiara d’accordo con battezzati, al momento in cui essi entrano o restano in una contraddizione obiettiva ed evidente con la vita, il pensiero e lo stesso essere del Signore come sposo della chiesa. Se essa potesse comunicare il sacramento dell’unità a quelli e a quelle che, su un punto essenziale del mistero di Cristo, hanno rotto con lui, essa non sarebbe più segno e testimone del Cristo, ma suo contro-segno e suo contro-testimone. Non di meno, però, tale rifiuto non giustifica assolutamente una qualche procedura infamante che sarebbe in contraddizione, a sua volta, con la misericordia di Cristo verso noi peccatori.

Trovate a questo link l'intero documento della CTI "La dottrina cattolica sul sacramento del matrimonio" che suggerisco vivamente di leggere e tenere presente.

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